Telemachia IV – 29 Marzo MMXIV

Edictio Regis IV

Anno I

«If I were a dead leaf thou mightest bear;
If I were a swift cloud to fly with thee;
A wave to pant beneath thy power – 
[…]
Oh! lift me as a wave, a leaf, a cloud!
I fall upon the thorns of life! I bleed!

Foss’io una foglia morta che tu potessi sollevare;
Foss’io rapida nuvola a volar con te;
Un’alito di vento al tuo volere –
[…]
Oh! Librami come un’onda, o foglia o nube!
Io cado sopra i rovi della vita, e sanguino!»

[Percy Bysshe Shelley, “Ode al vento dell’Ovest“]

Quarta edizione, dunque. La nostra caracollante barchetta si dilunga nell’attraversare questo mare di “naufragar dolce” e tormentosi spettri, e noi di Telemachia, tutti insieme, perdendo un pezzo di timone e trovandone un altro fra le onde, giostriamo contro i flutti.
Cos’è che ci spinge a una sì ardua impresa? Il desiderio di rubare le ali agli albatri aggraziati che ci accompagnano nel volo. Le ali simboleggiano la libertà soltanto per chi non le possiede; e noi abbiamo lo spirito pronto a librarsi fra i cieli più puri ma corpi pesanti di realtà e necessità che lo domano.
Perciò è alla Libertà che votiamo quest’edizione, un’edizione che intoneremo come un canto, una preghiera laica di un prigioniero incatenato alla leggera luna che intravede fra le sbarre; Libertà, dea di vele e venti, eterea, sfuggevole, bramata da tutti. Mai raggiunta.
Nel cammino della cultura occidentale infatti, c’è chi l’ha sempre inseguita, fino a cercarla in “quella terra inesplorata dalla quale nessun viaggiatore torna mai”; c’è chi l’ha rinnegata e lasciata vagare lontano – proprio perché l’amava troppo per tradirla –; c’è chi l’ha deprecata e l’ha accusata di essere una colpa, un peso.
Forse uno dei modi più diretti e determinanti di saggiare la natura di un uomo è di osservare come regge la sua libertà. A colui che vive in catene, infatti, essa sembrerà l’affascinante ninfa vagheggiata poco sopra; e allora ruggisce nel suo cuore lo spettro di Shelley e quello di Alfieri, ed egli prova l’ansia totale di realizzazione di sé, e desidera integrale e illimitata affermazione del proprio io.
Ma per il saggio che non ha catene nell’animo e possiede uno spirito indipendente, appaiono chiari i demoni e le passioni che si agitano torbidi sotto l’acqua pura della razionalità; tali uomini non credono alla loro libertà, e si sentono sciocchi come sassi che scagliati in aria pensano di aver deciso essi stessi la loro traiettoria.
E poi vi è la stirpe di Kierkegaard, che soffre del peso schiacciante della libertà, e soggiace sopraffatta dalla vastità incommensurabile di possibilità – e  soprattutto dalla possibilità del nulla.
Vuol dire responsabilità infatti l’esser libero, e richiede forza. Non esiste indipendenza e autonomia di coscienza senza coraggio e forza; lo sa chi tende alla libertà, e vede opporsi a lui uno spirito estraneo, animato dalla medesima tensione: i più audaci non l’abbandonano e si scontrano – fino ad unirsi alla schiera di Catone l’Uticense e Antigone – ma i molti tremano, e preferiscono retrocedere.
È una scelta comprensibile, e assolutamente non deprecabile, insita a fondo già nell’istinto a sopravvivere e conservarsi: Dostoevskij diceva “da’ la libertà all’uomo debole, ed egli stesso si legherà a te e te la riporterà.” Quale che sia il modo di guardare al senso di libertà, ogni uomo in ogni epoca ha dovuto fronteggiarsi con questa annosa e determinante decisione.
E voi come gestirete la vostra responsabilità verso la libertà? Vi fiderete di quest’ultima come un navigante si fida della Stella Polare, inseguendola nella notte? O la seppellirete nel giardino dei vostri rimpianti, come un sogno obliato?

Be’… liberi di scegliere.

La Redazione

«Che sia più nobile soffrire nell’animo
I dardi e le frecce dell’oltraggiosa fortuna
O prender l’arme contro un mar di tormenti,
e opponendosi finirli?»

[W. Shakespeare, “Hamlet”, III.1]


Dalì ossificazione mattutina del cipresso 1934

Salvador Dalì, Ossificazione mattutina del cipresso, 1934

LIBERAMENTE CONGREGATI IN QUESTO NUMERO:

Articolo del giorno – Dittico Libertà-Politica di Roberta Panico
Arte – Libertà: il trionfo del cambiamento di Noemi Cudia
Cinemata – The Truman Show: l’uomo vero, l’uomo libero di Ian
Ethos – Un ideale per cui vivere e morire: la libertà di Claudia Genovese
G
eographica – Quel fatidico 1789 che cambiò Parigi e il mondo di Marco Marino
Poesia – Un’ora per la pazzia e un’ora per la gioia, di Walt Whitman, da Margherita Montedoro

Edizione Straordinaria- 21 Marzo MMXIV

Aéide, Theà
Cantami, o Musa…

La Giornata Mondiale della Poesia è stata istituita dalla XXX Sessione della Conferenza Generale UNESCO nel 1999 e celebrata per la prima volta il 21 marzo seguente. La data, che segna anche il primo giorno di primavera, riconosce all’espressione poetica un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace.
L’UNESCO negli anni ha voluto dedicare la giornata all’incontro tra le diverse forme della creatività, affrontando le sfide che la comunicazione e la cultura attraversano in questi anni.         Così noi della redazione di Telemachia ci siamo sentiti in dovere di celebrarla, sebbene a modo nostro. Con l’arte di esprimere le emozioni più nascoste e la capacità di incantare qualsiasi animo ne sia avverso, la poesia fin dalle sue origini ha avuto i suoi più grandi veneratori: Omero, Esiodo, Pindaro, Saffo.  Ed è grazie all’antica poesia greca che anche  i Romani hanno dato il loro contributo: Virgilio, Ovidio, Catone, Catullo. La poesia che ha animato i loro cuori, che li ha spinti a cercare sempre di più, che ha messo a nudo le loro anime, oggi, proprio oggi, viene esaltata (anche da noi) attraverso diversi autori che ognuno nella nostra redazione sceglierà. Abbiamo deciso di fare quest’edizione speciale per aprire a tutti la possibilità di celebrarla a modo suo. Noi abbiamo dato il nostro contributo, e voi?

La Redazione di Telemachia.

La Primavera di Alda Merini, Roberta Panico 

Promenade,   di Verlaine, Claudia Genovese

Le Voyage, di Charles Baudelaire, Elena Li Causi

Il Corvo, di Edgar Allan Poe, Marco Pisciotta

Allegria di Naufraghi, di Ungaretti Noemi Cudia 

Un consiglio da Dioniso, di Shinji Moon, Marcus A. Maldeviolano 

Erotosonetto, di Edoardo Sanguineti, Marco Marino

Come meditare, di Jack Kerouac, Bianca Giacalone

Tramontata è la Luna, di Saffo, Diletta Alparone

Telemachia III – 15 Marzo MMXIV

Edictio Regis III

Anno I

«”Andiamo a dritta, a dritta, a dritta, ancora verso La Dorada.”
[…]Il capitano guardò Fermina Daza e vide sulle sue ciglia i primi fulgori di una brina invernale. Poi guardò Florentino Ariza, la sua padronanza invincibile, il suo amore impavido, e lo turbò il sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti.
“E fino a quando crede che possiamo continuare con questo andirivieni del cazzo?” gli domandò.
“Per tutta la vita” disse.»

[Gabriel Garcìa Màrquez, “L’amore ai tempi del colera”]

È verità non comunemente accertata ma tacitamente conosciuta dai più che quando si vive, se si vive, non ci si vede: si vive. Gli eventi ci trascinano velocemente, ogni ora scorre via dalle mani come la sabbia di una clessidra, e incessantemente respiriamo ed agiamo e parliamo e prima che possiamo rendercene conto è già sera e noi non abbiamo notato il tempo che silenziosamente indossava il cappotto, si aggiustava il cappello, e se ne andava.
Così mi pare che sia volato questo periodo d’intermezzo tra un numero e l’altro di Telemachia.
Per la terza edizione, poiché in molte culture e innumerevoli tradizioni filosofiche e religiose il tre è un numero perfetto, abbiamo pensato di trattare il tema perfetto: il Viaggio. È il succo, il cuore pulsante del nostro stesso gruppo, che immette in noi la voglia di scrivere e di esplorare il mondo con le parole, la fantasia e le azioni.
Non è certo un argomento di cui è facile tracciare le linee generali: il viaggiare è una delle istanze più pressanti e preponderanti fra le categorie dell’essere umano, al pari dell’Amore, l’Odio o il Male; l’immensità, la grandezza, la pluralità di voci che si affollano nella mente sono ingestibili per un povero e semplice editoriale.
Alla base, alle fondamenta del cuore di chi si propone di iniziare un viaggio, possono esistere molti e diversi tipi di sentimenti: vi sono quelli animati da una sincera meraviglia per l’universo; a costoro il mondo appare più vasto di quanto possa essere esplorato, con più cose da vedere di quante siano possibili esser viste, pieno di esseri orribili e di celestiali creature; viaggiare allora vuol dire avventura, esperienza, adrenalina.
Oppure c’è il bisogno di evadere: si spera di fuggire fra le lontane genti i propri spettri, i propri demoni, e di vedere alla luce di un diverso sole e sotto un diverso cielo nuovi mondi, con diverse leggi e strani e benevoli legislatori; ed è una fuga infinita quella di chi vuole scappare dalle proprie radici, giacché il cielo è solo uno, e così il sole e sempre le stesse sono le implacabili stelle: il viaggiare si trasforma in esser latitanti di se stessi, eterni fuggitivi.
Uno dei poemi più antichi della letteratura occidentale, l’Odissea, eterna la Nostalgia come madre dei viaggi più lunghi: Ulisse, l’eroe nostalgico per eccellenza, è costretto ad attraversare innumerevoli avventure e a vedere infinite terre straniere – non senza casi di curiosità e diletto, o terrore e avversità in altri –; ma sempre avendo in mente il solo e unico desiderio di ritornare in patria, nell’amata Itaca, tanto più pressante nel cuore quanto più lontana.
L’urgenza di ritornare alla terra natia è così forte e totalizzante che l’eroe omerico rifiuta persino l’immortalità e l’eterno amore di Calypso – divinità minore ma pur sempre una dea – per le braccia di Penelope.
Una crudele ironia sembra avversare i viandanti che hanno meta ben distinta: essi sono i più longevi, i più esperti nell’arte dell’errare, loro che vorrebbero accorciare il più possibile il loro tempo lontano da casa.
È proprio dall’Odissea che abbiamo attinto l’idea per il nostro nome, Telemachia.
E tuttavia, uscendo dalla sfera letterale ed entrando nello sconfinato campo dell’analisi interpretativa, è possibilissimo e forse necessario farsi la domanda: ma cos’è Itaca realmente? Esiste davvero una meta fisica e materiale, raggiungibile con i propri piedi, chiamata Itaca?
Moltissimi autori hanno avuto l’intuizione che persino i “nostalgici” sono in realtà pungolati – romanticamente – da un inquieto spirito interiore, da una meta ideale e irraggiungibile, da un proposito alto e ineffabile, che li spinge a perdere la propria strada nelle innumerevoli vie del mondo: persino la tradizione mitica greca riporta spesso e volentieri che Odisseo non tardò ad abbandonare di nuovo la propria amata isola per amor dell’avventura.
«Ithaca ha dato il viaggio/l’abbiam tenuta dentro/come una bussola/ci ha fatto andare oltre gli incantesimi/E i Lestrigoni/Oltre le lusinghe dell’eterna giovinezza» canta Vinicio Capossela, citando il poeta greco Kostantin Kavafis; e aggiunge: «ma a ritornare ora/la troveremmo vuota di gente/e piena di sonno». Non è un ammasso di rocce e sassi che spinge Ulisse a sfidare dèi e mostri, ma ciò che esso rappresenta. Il viaggiare allora non è più solo un’esperienza momentanea: esso è un carattere dell’esistenza, indissolubilmente legato alla vita, intesa come ricerca, enquête, di qualcosa non meglio definito – un desiderio, un bisogno, una necessità.
Potremmo intendere il viaggiare come un tentativo di conoscere. Un mettere tutto il proprio essere alla prova, per ricercare il Nuovo, l’Intentato, l’Ignoto. Lo stesso ignoto che terrorizza e spaventa chiama e affascina, ed irrimediabilmente spinge l’essere umano ad avvicinarsi ad esso. L’urgente impellenza di saltare, l’istintivo senso di voluttà che si prova quando si osserva uno strapiombo: è forse esso il moto ancestrale della scimmia che deve gettarsi verso il ramo più alto e più lontano per sopravvivere – per testare la propria capacità di sopravvivenza?
O è l’impeto a cadere? A lasciarsi abbandonare nel vuoto, carico di incolori possibilità?
Sicuramente implica il rischio. Viaggiare implica l’eccitazione della paura, il brivido dello sconosciuto, l’impossibilità di sapere in anticipo cosa attende al di là; solo così è possibile trovare mondi nuovi – solo chi decide di sperimentare nuove strade senza rotta e senza ancora, nell’incertezza e nel pericolo. E certo infiniti sono i mostri che in ogni posto del mondo sono gettati nel fondo del mare da fiabe e storie; e innumerevoli sono i demoni dagli inganni multicolori; e proprio per questo ne vale la pena.
Calvino scrive nelle Lezioni Americane: «L’eccessiva ambizione dei propositi può essere rimproverabile in molti campi d’attività, non in letteratura. La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là d’ogni possibilità di realizzazione. Solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessun altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una funzione.»
Cessa ora questa vichyssoise verbale che vira verso il verboso, e prendono spazio i nostri nuovi articoli: che vi ispirino ad iniziare a guardare oltre l’orizzonte, a cercare la strada meno battuta, e il sentiero più lungo; e ci si perdoni se pecchiamo di superbia nel voler abbracciare con i nostri pensieri e i nostri scritti volute troppo grandi di vita e universo. Ma vale la pena tentare, almeno con la letteratura e l’arte, di possedere il mondo in mano.

 La Redazione

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Thomas Cole, Le età della vita, 1842
Infanzia, Giovinezza, Maturità e Vecchiaia

FEETWURD ARTICKLES [fiturd articols]

Articolo del giornoViaggio come metafora di vita di Roberta Panico
A
rte – Confini sfumati: Rothko di Elena Li Causi
B
ibliothecaViaggiare per sentirsi liberi di Claudia Genovese
C
inemataCombattiamo all’infinito, fino all’ultimo respiro di Diletta Alparone
E
thos – Droga: soltanto un viaggio o qualcosa di più? di Noemi Cudia
Fabulae – “In the world through which I travel I’m endlessly creating myself” di Bianca Giacalone

Inoltre, quest’edizione del Viaggio siamo lieti di introdurre una nuovissima categoria, la Geographica, dove porteremo alle vostre menti affamate frammenti di mondo; il primo articolo è Londra: In every voice: in every ban, the mind-forg’d manacles I hear di Marcus A. Maldeviolano

Telemachia II- 28 Febbraio MMXIV

Edictio Regis II

Anno I

«καὶ μανθάνω μὲν οἷα δρᾶν μέλλω κακά͵
θυμὸς δὲ κρείσσων τῶν ἐμῶν βουλευμάτων͵
ὅσπερ μεγίστων αἴτιος κακῶν βροτοῖς. »

«E conosco bene quali mali sto per compiere;
ma più forte del mio volere è la passione,
ch’è causa delle sventure peggiori ai mortali. »

[Euripide, Medea] 

Bentornati alla seconda edizione di Telemachia, il blog indipendente del Liceo Classico Giovanni XXIII.
È sempre difficile iniziare la seconda parte di un viaggio, “iniziare l’intermezzo”, se volete: non ha il sapore di grandezza del primo passo, né il gusto dolceamaro dell’ultimo saluto, né magari il senso di soddisfazione di chi si volta a metà strada a contemplare i progressi raggiunti.
Che cos’è il secondo passo? Non è ancora “uno fra i tanti” come i molti che seguiranno, ma non è neppure un vecchio amico, né un completo sconosciuto. In un certo senso è il vero, monocromatico, atono conoscente; oppure il vero inizio, il reale cominciamento dello sforzo costante e sempre uguale per attraversare il tragitto.
Be’, certo, già il fatto di non esserci fermati al primo numero è un segno di per sé importante…
Forse che davvero qualche buona stella, qualche progetto divino prevede una certa vitalità del nostro blog? È questo il segno di una disposizione cosmica favorevole?
«Le cose tutte quante hanno ordine tra loro» scriveva Dante nell’eterno poema; dall’alto del Paradiso riusciva a contemplare la magnifica rete lucente che intrappolava la realtà in un armonioso disegno razionale: la Ragione – dei cieli – per lui dava senso alle cose terrene e le completava con le cose celesti, in un perfetto dialogo di cause e concause provvidenziali.
E per tutto il corso della storia occidentale la ragione – questa sfavillante parola dorata – ha illuminato l’Arte, la Letteratura e la Filosofia come una fiaccola di conoscenza, come metodo conoscitivo sicuro e infallibile. È la ragione che dà senso all’universo, la ragione che spiega il mondo, la ragione che risolve l’intricato nodo degli interrogatori umani.

Scordatevelo.
Non troverete nulla di tutto ciò in questa edizione.
Non è nel segno di Apollo che inizia oggi questo nuovo numero di Telemachia: ci rivolgiamo bensì a Bacco, il dio del vino, degli effluvi purpurei e della danzante Follia.
Niente soavi visioni di limpidi stagni; solo tempeste ululanti e mari in burrasca.
Il dirompente sentimento che si propaga dalle radici del cuore è il protagonista, adesso: la Follia, questa bistrattata donna dalla risata sguaiata, notturna gemella della solare ragione: fra i suoi voluttuosi capelli oscuri sono caduti artisti, poeti, letterati; ha assunto innumerevoli significati e svariate denominazioni nel corso del tempo.

Che sia la gioia di chi distrugge le catene, o la prigione di chi non sa più uscire dalla notte dell’anima?
Che sia il nome che diamo agli infiniti mostri che albergano la nostra mente, o il sentiero da percorrere a occhi chiusi verso i nascosti meccanismi dell’universo?
Un abisso che scruta selvaggio i nostri cuori o il bacio segreto di un dio nero?
Molti l’hanno osteggiata o ignorata con pauroso vigore, molti altri l’hanno cercata e adorata affascinati. Noi non ci sentiamo in dovere di dare una risposta definitiva al dibattito tra le molte e varie fazioni, né ci prefiggiamo di raccogliere tutti gli svariati caratteri che la Follia ha assunto – ma la faremo riecheggiare fra le nostre parole come il battito del cuore nella cassa toracica, inseguendola da un tema all’altro.

La Redazione di Telemachia

Boccioni la risata

Boccioni,La Risata”, 1911

ACCLUSI A CODESTO NUMERO [inclusi in dis namber]

Articolo del giorno – Siate folli, siate straordinari di Roberta Panico

Ethos – La nostalgia del selvaggio di Marcus Artis Maldeviolano

Ethos plus – Ritratto di un assassino di Dubhe

Bibliotheca – Il cuore rivelatore di Marco Pisciotta

Arte – La ragione non è marmo di Elena Li Causi

Fabulae – Una voce che dice ‘pazzo sei tu’ di Ian

Fabulae plus – Calcio magister vitae?articolo speciale della settimana scritto dal gentilissimo Riccardo Tranchida

Cinema – I segreti della mente di Noemi Cudia

Melodica – Il timore della follia fatta musica, articolo speciale della settimana scritto dal gentilissimo Marco Bilardello

Telemachia I – 14 Febbraio MMXIV

Edictio Regis I
Anno I

«Ma il trambusto fu oscurato da un altro fenomeno che attirò sguardi ammirati e un prolungato, involontario “Ohhh!” da tutti i presenti. […]
L’alba era spuntata, magica, da mozzare il fiato, che sagomava la grande statua, e che si fondeva in modo curioso e irreale con le sempre più fioche luci giallognole all’interno.»

[da F. S. Fitzgerald, “Racconti dell’Età del Jazz”]

Dopo mille milizie, la pagella, il compito di greco e altre avventure, eccoci qui con la nostra redazione pronta a scrivere di tutto e di più su tutto ciò che ci riguarda. E per iniziare, per cominciare nel nome di un dio, parleremo d’amore, nel segno di Eros, e alle sue mutevoli e infinite sfumature, cui sono dedicate le pagine di questo primo numero di Telemachia.
Ma non crediate che sia finita qui. Continueremo il cammino, di volta in volta, trattando della follia, della gioia, del dolore e anche della millesima opera incompiuta di Leonardo Da Vinci; della verità che giace al fondo e dei dodici modi di cucinare la radice di rapa. Ironia, umorismo e curiosità saranno le nostre compagne.
Potrebbe sembrarvi il solito blog, diretto da diciassettenni naive che hanno la visione dell’amore rimasta al tempo dei film della Disney, e invece no! Questa volta è diverso: siamo pronti e scattanti, carichi di novità e pronti a diffondere le nostre idee in giro per il mondo.

– Roberta, abbiamo un problema!
– Che problema?
– Abbiamo finito l’inchiostro.
Ah-ah. Questo per noi non è stato un problema. Con tante idee e iniziative, abbiamo deciso di pubblicare un giornaletto online (in formato blog) così che l’inchiostro, gli spazi e il limite di parole non possano assolutamente fermarci; tutt’al più, abbiamo qui la possibilità di esprimere tutto quello che vogliamo.
Questo blog è per noi, ma anche e soprattutto per voi.
Chiunque abbia una storia da raccontare, chiunque si senta in grado di scrivere qualcosa al computer o su una pergamena o con le matite, è accolto con tutti gli onori nel nostro gruppo.
Potete inviarci articoli occasionali all’email telemachia@outlook.it, o partecipare come collaboratori, e di certo non fatevi scrupoli nel chiedere di entrare nella Redazione. Se volete aprire la vostra categoria, la vostra rubrica, chiedete. Se avete l’impegno necessario, tutto vi sarà dato.

Perché chiamarci Telemachìa: Abbiamo cercato, ricercato e cercato ancora di più un nome adatto al nostro giornale. Ne sono risultati fuori nomi bizzarri come “La casa dei melograni”, “I dormienti” o “Fantasia d’inchiostro”. Ci abbiamo pensato per giorni, ore e minuti della nostra vita. Ci abbiamo pensato mentre aspettavamo il nostro turno al bar, mentre studiavamo, mentre conversavamo tra di noi di tutt’altro. Così, giunti alla seconda riunione, davanti ad una quindicina di biscotti, varie bevande e cioccolata varia, Marco esplode: Telemachìa! Urla di gioia, abbracci, versi di approvazioni. Alla fine l’abbiamo trovato, il nome adatto al nostro giornale. Telemaco, giovane inesperto che, stanco dei Proci, parte alla ricerca di Odisseo. E questo sarà il nostro giornale: avventura, passione, coraggio e un pizzico di follia. Vi terremo incollati ai vostri PC, tablet, laptop o smartphone. Insomma, non ne potrete più fare a meno. Ormai Telemachìa vi ha catturato.

La Redazione di Telemachia

kliiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiimt

Klimt, Il Bacio, 1907-1908

FEATURED IN THIS NUMBER[fitured in dis namber]

Articolo del giorno – A come Amore, di Roberta Panico

Arte – B come bacio, B come bellezza, di Elena Li Causi

Dittico: amori incarnati e amori sognati

Il naso di Cleopatra e le mani sporche di sangue di Marco Marino & C’est l’amour di Dubhe

Bibliotheca – Due volti della stessa anima di Noemi Cudia

Cinemata – Annie Hall di Marcus Artis Maldeviolano

Melodica – Il tempo ha un incredibile senso dell’umorismo di Marco Pisciotta

Ethos – Amore e cioccolato di Ian la Rossa

Cartagine: tra storia e mito

didone

Ter sese attollens cubitosque adnixa levavit,

ter revoluta torost oculisque errantibus alto

quaesivit caelo lucem ingemuitque reperta.

Tre volte levò il capo poggiando sui gomiti,

tre volte sul letto ricadde e, con gli occhi in alto erranti,

 la luce al cielo cercò, e vedutala pianse.

(Virgilio, Eneide, IV 690-92).

Sono innumerevoli le storie di amori non corrisposte e diventate emblema di quel fenomeno che noi oggi chiamiamo comunemente “friendzone”, talmente tante e varie che è impossibile per certi versi provare ad immaginare un luogo che lo rappresenti e ne diventi il simbolo, in quanto sin dai tempi dell’antica Grecia e forse anche prima, questo tema è stato sempre uno dei più affrontati. Tuttavia, sebbene le storie di amori sfortunati, perché non corrisposti, siano tante, possiamo soffermarci su una delle più famose e drammatiche riguardanti questo tema.  Una storia ambientata in un luogo tanto affascinante quanto ricco di asperità: l’Africa, con il suo clima torrido e,  nel luogo in cui questo amore ha avuto luogo, mitigato dalla presenza del mare; una storia che rappresenta un amore non corrisposto e allo stesso tempo spiega il motivo della distruzione della città in cui ha avuto origine: Cartagine; una storia, quella tra Didone ed Enea, nata dalla mano di uno dei poeti più illustri che la letteratura latina abbia mai avuto: Virgilio, e destinata a diventare una delle più celebri al mondo. Didone, regina rispettata da tutti per il suo onore e il suo coraggio, si innamora perdutamente di un eroe, Enea, che, sebbene vinto, essendo unico superstite di Troia, sarebbe diventato presto vincitore, fondando Roma. Tanto forte questo amore, da parte della donna, quanto più ostacolato dagli dei: il destino di Enea non è quello di ricambiare Didone, diventando suo sposo, come desidererebbe lei, ma quello di ripartire per giungere in Italia. Per questo motivo avviene la tragedia: Didone si suicida, trasformandosi da regina venerata per la sua saggezza in una donna consumata dalla follia. A fare da cornice a questo tragico amore, Cartagine, anche essa città conosciuta per la sua forza e la sua potenza, ma destinata ad essere vinta e rasa al suolo da un’altra città molto più forte e potente, Roma.  E così come dell’amore tra Enea e Didone non resta più nulla se non la pira su cui lei si suicida, anche di Cartagine non rimangono che poche rovine. Sorta su un promontorio roccioso in fondo all’attuale golfo di Tunisi, città florida e   prosperosa, riuscì più volte a ferire l’orgoglio romano, ma sempre ne fu vinta. Più volte si rialzò dopo la sconfitta subita, ma la terza volta che si permise di ribellarsi, ne fu completamente travolta, così come la sua mitologica regina tentò più volte di resistere alle sue passioni, ma non ci riuscì, così come, dopo aver compiuto il gesto estremo di suicidarsi, più volte cercò di rialzarsi tra le braccia della sorella Anna, ma alla terza volta ricadde piangendo, consapevole che quell’amore così forte aveva portato alla rovina non solo lei, ma tutto il suo popolo.Così muore Didone, così cade Cartagine, che, sebbene verrà ricostruita, questa volta lontano dal mare, non raggiungerà più l’antico splendore di un tempo, a cui Roma aveva posto ormai definitivamente fine.

Telemachia V – 17 Novembre MMIV

Edictio regis V

L’attesa del piacere

è essa stessa il piacere

G.E. Lessing

Sono passati quasi nove mesi dalla nostra prima pubblicazione. Siamo cresciuti durante questa pausa estiva, abbiamo viaggiato, mangiato e anche bevuto troppo (siam pur sempre adolescenti). Ma una cosa non è mai cambiata durante questa pausa: la nostra voglia di scrivere. Ed è per questo che ci siamo tutti riuniti davanti ad un bel tè caldo, per ritornare al nostro folle progetto di una rivista interamente diretta da noi, interamente scritta da noi, interamente, disperatamente, follemente voluta da noi.

Sì, si lo so. Avremmo di meglio da fare, ma insomma, almeno ci togliamo qualche sfizio ogni tanto.

Con tè e pasticcini, dopo nemmeno dieci minuti, abbiamo deciso il nostro tema: l’attesa. L’attesa in tutte le sue sfaccettature: dall’arrivo del treno, dal suono della campanella, dall’attesa semplicemente di esser grandi.

Ma non è solo questo l’attesa. L’attesa può essere qualcosa di più grande può essere anche il viaggio di qualcosa che si è sempre aspettato, che alla fine, finalmente è arrivato. Un po’ come noi, che abbiamo sempre desiderato avere un giornale tutto nostro, che abbiamo dovuto lottare, creare, inventare ma alla fine ce l’abbiamo fatta, abbiamo ottenuto ciò che volevamo.

E voi? Cosa aspettate realmente? Cosa credete valga la pena di aspettare?

La redazione.

Arte –https://telemachiae.wordpress.com/2014/11/10/il-silenzio-della-polvere/ Elena Li Causi

Cinema – https://telemachiae.wordpress.com/category/cinema/ Noemi Cudia

Ethos – https://telemachiae.wordpress.com/2014/11/10/lattesa-trepidazione-per-un-attimo/ Claudia Genovese

Fabulae – https://telemachiae.wordpress.com/2014/11/16/cercando-lispirazione/ Vincenzo Favara

Fabulae – https://telemachiae.wordpress.com/2014/11/10/la-signora-delle-acque/ Bianca Giacalone

Libri – http://francescamontedoroblog.wordpress.com/ Francesca Montedoro

Musica – https://telemachiae.wordpress.com/2014/11/17/aspettiamo/ Margherita Montedoro

 

Scritto da: Roberta Panico (caporedattrice)

 

“Aspettiamo”

Le nostre vite sono piene d’attesa. Si aspetta nei supermercati,negli ospedali,nelle biblioteche,ai distributori di merendine, per fare una fotocopia o per entrare in bagno. Si aspetta da soli o in compagnia, certe volte addirittura in massa. Si aspetta con qualunque clima, infreddoliti sotto l’acqua battente o sudati nelle giornate roventi. E si aspetta ovunque con chiunque e in qualunque tempo, da sempre. Attese sempre diverse e sempre uguali. Com’è l’attesa? Lunga e noiosa ma anche breve, e famelica nel suo inghiottire grandi quantità di tempo impedendoci di viverle. Secondo qualcuno l’attesa avrebbe lo stesso colore del buio. Può essere monotona ma anche trepidante, carica di eccitazione e significati. Come è reso in maniera stupefacente dalla passionale “I’m on Fire” di Bruce Springsteen. Una delle canzoni più famose e intense del disco “Born in U.S.A.” Un pezzo se vogliamo semplicissimo e fatto di niente se non dell’interpretazione del cantante, che con la sua voce ruvida e roca riesce a trasformarlo in un brano dotato di una tensione rara e potente, in cui l’intensità sessule è palpabile. Nel testo il protagonista parla di un desiderio ardente, si sente “in fiamme” e prende consapevolezza di quell’attesa. Di quel desiderio di lei,ormai sua ossessione inquieta e crescente, che si fa tanto più pressante quanto più si prolunga l’attesa.
“…Sometimes it’s like….someone took a knife baby…..edgy and dull and cut a six-inch valley…through the middle of my soul…”
“… a freight train running…through the middle of my head…only you, you cool my desire….”
“…I’m on fire, I’m on fire…”
Un brano irresistibile che nonostante il passare del tempo non ha perso la carica e la potenza di un rock viscerale e sincero. Ma l’attesa in musica non ha solo suoni febbrili, anche malinconici e stanchi. Ne abbiamo un valido esempio tornando in dietro nel tempo dal 1985 al 1967 ecco “Blue Jay Way” dei Beatles, cantata da un George Harrison che sembra,appunto, stanco di aspettare…
“…Please don’t be long ….Please don’t you be very long …Please don’t be long …Or I may be asleep…” La canzone nasce da una vacanza a Los Angeles e da un ritardo causato anche dalla nebbia di quel giorno. Mentre aspettava , Harrison improvvisò su un organo il brano,ispirandosi alla situazione.
“There’s a fog upon L.A….And my friends have lost their way…”
Non è un mistero che alla maggior parte delle persone non piaccia aspettare, magari alcune pensano che a volte sia stimolante e altre necessario ma nessuno trova piacevoli le attese troppo lunghe. Dopo un po’ stancano e scocciano.Quindi perché non sbarazzarcene? Oggi,tutta la tecnologia moderna è votata a farci risparmiare più tempo possibile. Beh,quel tempo era chiamato “attesa”,ed era attraverso essa che imparavamo a essere pazienti, in quei momenti erano racchiuse molte cose,cose come il dubbio,l’ansia e la paura, ma anche l’aspettativa, l’entusiasmo e la felicità. Molti hanno perso contatto con tutto questo,ed è sbagliato. Qualche volta ,mentre aspettiamo un pacco da amazon,o la schermata di caricamento di un videogioco, o una telefonata importante, assaporiamo quei momenti. E ricordiamoci di quando erano più lunghi. Certo ci sono alcuni casi in cui bisogna buttarsi,lanciarsi e agire senza indugio, e forse le persone non sono fatte per aspettare, ma anche
l’attesa ha un valore e non è mai statica, può spingerci a bruciare menzogne e illusioni ,
A riflettere, a rimboccarsi le maniche e sentirsi protagonisti della propria vita, non spettatori passivi della scena. Perché la vita è nostra e a volte sembriamo scordarcene. Quasi non ci rendiamo conto di quante cose possono nascere in noi durante un’attesa.
Aspettare può portarci a sviluppare delle critiche costruttive nei confronti di una società fertile di ingiustizie, e ridondante nella sua solitudine. Attendere può farci capire chi siamo. Se anche tutto si riducesse ad una riappropriazione di identità comunque rimarrebbe un gran passo avanti.
In certi casi serve trovare la speranza dei coraggiosi o dei pazzi per continuare ad aspettare .
Come una sorta di Cappellaio Matto , che per salvare il Paese delle Meraviglie deve aspettare il ritorno di Alice. Tutti lo fanno, si fermano e attendono, aspettano che quel Cappellaio interiore ritrovato , complice del lato più ardito di noi stessi , istilli in noi un desiderio di follia e una voglia di tenere vivo il rapporto con la nostra fantasia ed i nostri sogni, magari facendoci scoprire di avere quell’anima di ferro di chi non li ha mai accantonati e non vede l’ora di realizzarli.
Allora forse avremo l’audacia necessaria , anche di aspettare Alice . Poi però ,
ripensando alla sua storia credo che neppure l’ambiguo Cappellaio Matto riesca a non sentirsi sperduto di fronte al suo piccolo ed irreale mondo che crolla.
Anche aspettare è una scelta, malgrado talvolta non ci sia alternativa. Noi aspettiamo come il Cappellaio.
Aspettiamo il Cappellaio.
Rimaniamo ad aspettare.

Cercando l’ispirazione…

L’ispirazione non dà preavvisi. (Gabriel García Márquez)

Nella classe 1°C del Liceo Classico di Marsala sta per iniziare il mio primo tema in classe delle superiori! Avevano ragione i miei professori delle medie, qui al Classico i docenti sono tutti più severi, addirittura la professoressa di religione, che pur avendoci conosciuto solo l’altro ieri ha già fissato un compito in classe d’ingresso. Ora, a poco più di un’ora dal compito in classe, che molto probabilmente segnerà la mia vita, ho lo stomaco in subbuglio e il cuore sembra essere punto da tanti aghi, però in modo lento e doloroso, come quando si aspettano i risultati dei compiti in classe o come nel mio caso, l’inizio di una verifica. Manca mezz’ora e in questo momento potrei dirvi che se mi amputassero una mano forse sarebbe meglio, così non dovrei fare questo stupido tema e mi risparmierei l’umiliazione, quando davanti a tutta la classe, la professoressa leggerà il mio tema considerandolo un vero abominio linguistico. Meno un quarto, quasi non riesco a guardare la lavagna, tanto mi sento ansioso. Driin, driin, è finita l’ora, per fortuna la professoressa di storia non si è accorta del mio pallore e del mio ansimare, cosa che non si può certo dire del mio compagno di banco Bruno, che mi guarda neanche fossi uno zombie affamato di succulenta materia grigia. La professoressa Rossini è arrivata, ha portato con sé alcune schede, in una piccola borsa gialla con i manici neri bordati di rosso e una leggera scia di profumo alle arance. Tra i professori che ho conosciuto, la Rossini è quella che mi piace di meno, infatti, non capisco come certi miei compagni di classe impazziscano per lei, in primis è antipatica, specialmente con me, anche se tutt’oggi, non ne ho capito il motivo, pare che qualunque cosa le abbia fatto, ha provocato in lei un’ossessione tale da interrogarmi tutti i giorni e ad ogni lezione, se qualcuno le si avvicina per salutarla, ti guada torvo, anche se poi saluta lo stesso per educazione; l’unica cosa, che sa rendermi sopportabile la Rossini sono le sue lezioni, che trovo molto interessanti e particolareggiate, malgrado puntualmente mi chiami per chiedermi ogni singola cosa. Oggi, non so proprio che aspettarmi da lei, magari qualcosa del tipo “Scrivete come mai l’alunno Pellegrino mi sta tanto antipatico e come potrei umiliarlo davanti a tutta la scuola” o cose del genere. Dopo aver perso tempo a sistemare i banchi per la verifica ed essere stati sgridati per non averlo fatto prima; ci sediamo e la professoressa consegna una scheda con due tracce, fin qui è tutto normale, finché non mi accorgo, che le tracce sono composte entrambe da una sola frase: 1. “fate una piccola descrizione di voi stessi e delle vostre passioni” e “Scrivete un articolo di cronaca di cui voi siete protagonisti”. Ci risiamo, io odio questi temi! Alle medie non riuscivo a sopportare le descrizioni, primo perché ho sempre paura di sembrare troppo vanitoso oppure eccessivamente modesto e secondo perché le descrizioni fisiche non sono il mio forte, come faccio a dire che sono molto più alto dei miei compagni, senza dire che alcuni sono davvero nani, se mi si mettono accanto. Quindi, me ne stavo lì con gli occhi fissi sul muro in cerca di un’ ispirazione per il secondo tema, dato che era l’unico che non comprendesse un’orribile descrizione di me stesso. Mentre mi stavo lentamente deprimendo, sentivo i miei compagni che scrivevano e la professoressa che passava silenziosamente fra i banchi per beccare  qualche copione. Quando arriva al mio banco, immediatamente sgrana gli occhi e mi fissa per almeno cinque secondi, io lo conosco quello sguardo, vuol dire solo due cose, meraviglia e stupore oppure “datti una mossa, che è già passata più di mezzora”. Ok,  ho solo un’ora e mezza per scrivere un brutta, correggerla, trascriverla in bella e consegnare. Ce la posso fare! Ultime parole famose, è passato un altro quarto d’ora, ma ancora, non si  delinea nella mia testa una trama precisa.  Ho già buttato giù qualche idea, che vi pare, tuttavia, non riesco a decidermi quale seguire e sviluppare, in questo poco tempo che mi rimane. È passata un’ora e nel frattempo ho scelto un’idea a caso e devo dire che non è male. Essere un taccheggiatore, non è uno dei miei hobby preferiti, però è sempre meglio che essere un ladro in una banca oppure uno sbirro giustiziere della New York degli anni Trenta, che viene rapito dai gangster e affogato nell’ Hudson. Meno cinquanta minuti, il dramma, il blocco dello scrittore. Ora come farò? Vorrei morire, sono già sulla buona strada, poiché è tornato l’ansimare isterico di un’ora fa. Come si dice al peggio non c’è mai fine,  infatti ho attirato l’attenzione dei miei compagni, che ora mi guardano in cagnesco, tranne Bruno, che si avvicina di soppiatto a me con la scusa di farsi prestare un’altra penna. Quando mi è accanto,  mi rassicura e mi mette coraggio, ancora oggi, a distanza di qualche giorno dal compito, devo ringraziare Bruno perché grazie a lui sono riuscito a trovare l’ispirazione, che è sopraggiunta alle 12:45 di Giovedì 16 Settembre, permettendomi di finire la verifica in tempo. Ora davanti al mio compito, che è stato valutato 7 ½, sento che è valsa la pena di attendere l’ispirazione.

“La signora delle Acque”

Tornando a casa notai dei gabbiani sopra la mia testa, intenti a seguirmi in volo lungo il mio tragitto, per poi fermarsi ad attendermi, ad alcuni palazzi di distanza dal mio o svolazzando in tondo.
Da quando facevo parte di quel mondo strano e completamente nuovo avevo ben capito poche cose e tra queste in particolare che i gabbiani fossero dei messaggeri, tramite tra i dominatori dell’acqua e dell’aria.

Li osservai con circospezione, aspettandomi un qualche loro avvertimento. Non arrivò niente, per cui lasciai perdere dopo poco. Infilai le chiavi nella toppa e dopo due giri decisi spinsi la porta ed entrai in casa. Rimasi a bocca aperta, tra il meravigliato e l’impaurito davanti allo spettacolo che mi si presentava agli occhi.
La Signora delle Acque, con la sua bellezza sfolgorante, stava in piedi sul primo gradino della scalinata che portava al mio appartamento.

Era maestosa, meravigliosa, pullulante di magia e mistero. I suoi capelli, lunghi e neri con sfumature bluastre erano come il mare d’inverno; i suoi occhi azzurri e penetranti mi scrutavano con attenzione brillando nella poca luce; le sue vesti, dal verde marino al blu intenso, erano svolazzanti e leggere come spuma di mare che ricadeva sui suoi pallidi piedi nudi.

Di colpo, istintivamente, mi inchinai di fronte a lei, così imponente malgrado il fisico minuto. Mi fece segno di fermarmi con la mano – Te ne prego, giovane Aura, non farlo. Non vedi che siamo pari? Non c’è bisogno che ti inchini a me- disse e la sua voce pareva piacevole quanto lo scroscio debole delle onde basse sugli scogli irti.

-Ma, mia signora, io…- tentai di ribattere, ma invano. Lei mi fece segno di guardarmi nella mia interezza. Feci come detto e notai quanto il mio abbigliamento attuale fosse diverso da quello indossato poco prima. Al posto degli stivali portavo sandali bianchi di legno usurato dalla salsedine, invece dei jeans e la maglia avevo un grande e fluttuante abito di lino bianco con maniche larghe e scollatura ampia, chiuso in vita da una cinta sottile argentata.

Portai dunque le mani ai capelli e ne osservai le punte. Come pensavo, erano bianchi anch’essi, liscissimi e lunghi fino al mento. Avevo ripreso la mia forma originale e sentivo già la forza del vento fluire nelle vene.

La guardai adorante, con un sorriso infinito e lei mi sorrise materna – Spero ti piacciano i sandali! Sono un mio dono per perdonare il disturbo di quest’irruzione improvvisa.-

Aprii la bocca per lo stupore, guardandomi i piedi come se fossero i gioielli più brillanti della terra. Un dono della Signora delle Acque! A quanti capitavano fortune simili?

-Un dono vostro? Mia Signora, si! Mi piacciono moltissimo! Sono bellissimi, li trovo stupendi! E si figuri: lei disturbare? Sono piuttosto io un disturbo se è tanto indispensabile la sua presenza qui, in questo posto, nella mia casa tra gli umani.- piegai la testa, cercando di fare una riverenza il più sussiegosa possibile, ma fui fermata ancora da un suo gesto affabile.

-Mia giovane cara amica, ho messaggi e istruzioni molto importanti e di conseguenza, altrettanto riservati, esclusivamente per te. Con mio rammarico, non posso parlartene ora, non in mezzo agli umani. Per cui ti chiedo di attendermi, dopo il prossimo calar della Luna nel mio regno, nel posto dove acque e terre emerse si incontrano e si fondono.- calò appena la testa, in segno di riconoscimento per la mia attenzione e fece per andarsene.
-Mia Signora, attenda, la prego!- si girò poco prima di attraversare la porta e mi rivolse uno sguardo indagatore, in attesa di una domanda.

-Volevo chiederle, se mi è concesso sapere, per quale motivo è venuta lei stessa e non ha invece mandato un suo messaggero.-

Rimase un po’ interdetta prima di accennare un piccolo sorriso e sussurrare, più a se stessa che a me, un docile – Mi sei sempre tanto piaciuta, giovane Aura- mi si avvicinò, poggiandomi una mano squamosa dietro al capo e stringendomi appena al suo petto, infilando il viso tra i miei capelli e annusandomi piano, inspirando l’aria pulita e fresca che emanavo naturalmente. Sospirò prima di lasciarmi andare dicendomi – Volevo vederti, piccolo soffio di vento. Volevo semplicemente vederti.-

Chiusi gli occhi, godendomi l’armoniosità della sua voce, così melodiosa e così dolce. ‘Piccolo soffio di vento’, quella musica espressa dalle sue labbra bluastre era tutta per me, unicamente per me. Quello era un dono ben superiore ai sandali bianchi, paragonabile solo all’onore della sua presenza.

Quando riaprii gli occhi, lei non c’era più.

La mattina dopo ero già alla scogliera, zaino in spalla e speranze nel cuore. Presto avrei rivisto la Signora delle Acque e avrei ricevuto informazioni a me riservate. Forse era qualcosa di burocratico, qualcosa di talmente tanto speciale da non poter essere udito da orecchie estranee. Magari il Consiglio degli Elementi aveva deciso di farmi dirigere la Congrega dell’Aria o forse, addirittura di farmi entrare nel Consiglio stesso!
Io, nel consiglio! Io, giovane e quasi inesperta dominatrice dei venti, nata e cresciuta tra gli umani, avrei avuto l’onore di stare al tavolo con le figure più importanti di tutto il regno e ovviamente con la meravigliosa Signora delle Acque.

Mi diressi verso la roccia più sporgente sul mare, mi ci sedetti sopra incrociando le gambe ed attesi. Le prime due ore passarono lentamente con il susseguirsi dei pescatori sulla baia a pochi metri dalla mia roccia. Iniziai a giocherellare con il venticello fresco che tirava cambiando il corso delle onde, facendole infrangere con velocità elevate e facendole tornare indietro con lentezza esasperante. Creai disegni sul pelo dell’acqua e diedi vita a vortici e mulinelli, esercitando i miei poteri sul vento.

La signora non si faceva ancora vedere. Intanto dietro di me i pescatori sbatacchiavano i loro secchi vuoti sulle prue delle barchette, svuotando l’interno dall’acqua entrata durante la traversata. Forse era a causa loro se la Signora tardava ad arrivare! Non voleva farsi vedere da quei bifolchi degli umani, non voleva mostrarsi ai loro occhi poco abituati alla bellezza e non voleva far udire il dolce canto della sua voce a quelle orecchie screpolate e incapaci di apprezzare la musica. All’improvviso cominciai a odiare quei pescatori, ai miei occhi simili a bestie panciute e rozze che mi trattenevano dal conoscere il mio destino.
Lanciai occhiate sprezzanti a ognuno di loro per tutto il giorno in attesa della loro dipartita da quel luogo sacro.

Un mozzo maleodorante, mi si avvicinò calcandosi il cappello di lana sulla testa – Che aspetti ragazzina?-.

Ragazzina a me? Io ‘piccolo soffio di vento’ tanto amata e diletta dalla Signora delle Acque! Trattenni il ringhio che stavo per emettere tentando di calmarmi. Quello zotico non poteva saper nulla di ciò. Per lui ero semplicemente una delle tante ragazzette con i capelli tinti che andavano ad aspettare sul molo i loro fidanzati.

-Aspetto- risposi risoluta guardando altrove, fissando lo sguardo all’orizzonte.

-Come vuoi- biascicò il mozzo tornando dai suoi compagni.

Rimasi così tutto il giorno, senza concedermi nemmeno il piccolo spuntino che mi ero portata nello zaino. Smisi persino di giocare con il venticello e le correnti d’acqua, troppo concentrata nell’attendere la mia Signora. I pescatori e i marinai pranzarono rozzamente, chiacchierando ad alta voce e osservandomi come un animale strano, da zoo.

Grossi nuvoloni grigi iniziarono a occupare l’orizzonte e pian piano la sera lanciò i primi messaggi del suo arrivo. Il vento si fece più freddo e l’oscurità più fitta man mano che le lanterne andavano accendendosi. Gli uomini dietro di me legavano le barche al molo, mettendo al sicuro il pescato del giorno e cominciando a pregustare la cena calda che li attendeva a casa.

-Figliola, ti conviene tornartene a casa. Sta per arrivare un temporale!- mi si avvicinò nuovamente il mozzo ma stavolta mi parlò con voce premurosa, quasi paterna, rigirandosi il berretto di lana tra le mani e rivolgendomi sguardi preoccupati.

-Sto bene- gli risposi, meno acida. Il mozzo sospirò lasciandomi una lanterna vicina e raggiungendo gli altri verso la via di casa. Ero sola e finalmente appena i pescatori avrebbero lasciato la scogliera, la Signora sarebbe arrivata e mi avrebbe annunciato le meraviglie del mio futuro. Mi misi più dritta passandomi una mano tra i capelli sottili e respirando intensamente, trepidante.

Osservai ogni singolo movimento più brusco delle onde, pronta a vedere la Signora sbucare dal mare nella sua luce brillante capace di rischiarare spazi infiniti. Ma non spuntò nulla, se non la pioggia, prima leggera e quasi piacevole e poi fitta e fastidiosa. Persino il vento divenne indomabile per le mie scarse arti. Non sapevo ancora gestire le tempeste.  Come potevo allora sperare di essere scelta per entrare a far parte del Consiglio, io piccola e inesperta? Rimasi comunque tutta la notte sotto il temporale e giurai a me stessa che non mi sarei mossa di un centimetro.

-Mia Signora vi aspetto! Vi aspetterò fino alla fine dei miei giorni!- urlai nella notte mentre un fulmine attraversava il cielo nero, conficcandosi nelle onde.

Attesi così per giorni. Smisi di tenere il conto delle ore e lasciai che la mia attesa fosse scandita dalla fioca luce del giorno, accompagnata dalla presenza dei pescatori, e dalla notte buia, fredda e tempestosa. I miei capelli lucenti erano ormai crespi e irti sul capo, la mia veste bianca era zuppa e irrecuperabile ma ormai sembrava che la mia intera esistenza fosse basata su quell’attesa. Non mangiavo, non dormivo, non giocavo col vento e quasi non pensavo. Ero costantemente concentrata nell’attendere.

Una mattina di chissà quanti giorni dopo il mio arrivo su quella roccia, prima ancora della venuta giornaliera dei pescatori, qualcosa spuntò dalle acque. Mi svegliai dal torpore in cui mi ero chiusa e spalancai gli occhi con ogni fibra del mio corpo pronta a ricevere la Signora.

Rimasi delusa: dalle onde calme e basse delle prime luci del giorno sbucava fuori un essere dalle fattezze di un uomo ma chiaramente non umane. Aveva la pelle verdastra, i capelli fatti d’alghe e schiacciati sulla fronte, gli occhi verde acqua e le dita palmate. Mi si avvicino riverente, inginocchiandosi.

– Giovane Aura, sono il Consigliere della Signora delle Acque e sono venuto a portarvi un messaggio- gli feci segno di andare avanti.

– Mi dispiace annunciarvi che la nostra Signora è morta stanotte, unendosi ai fondali marini.- lo guardai quasi schifata, come se stesse dicendo la peggiore delle menzogne.

-Ma aveva un messaggio per me!- biascicai, quasi incapaci di parlare dopo tanto mutismo.

-Non vi era alcun messaggio: era solo una scusa. Voi non sapete che la Signora era prossima al decesso ormai da molto tempo e i membri del Consiglio attendevano la sua morte con avidità e morbosità per impossessarsi del suo ruolo come Capo del Consiglio.- sussurrò con tono di scuse.

-E allora perché farmi attendere? Per cosa?- domandai con la voce strozzata dalle lacrime che spingevano forti per usciere dagli occhi e riversarsi come un fiume in piena.

-Credo, giovane Aura, che la Signora, avendo talmente tanta gente ad attendere con fervore per la sua morte, volesse almeno una persona che attendesse per la sua vita-

In quel momento realizzai il perché di tutto quel tempo, il perché delle sue parole, del suo abbraccio e delle sue risposte enigmatiche. Scoppiai a piangere e corsi via, lasciando il messaggero sulla scogliera.
Mi sentivo indignata, usata e quasi arrabbiata con quella donna che tanto ammiravo e a cui mi ero terribilmente affezionata. Raggiunta casa mi gettai a capofitto nella mia stanza strappandomi i vestiti di dosso e togliendomi furiosamente i sandali.

Ne lanciai uno con tutta la forza che avevo e questo si spezzò a metà, a contatto con l’armadio, rivelando un foglio nascosto nella suola. Tra i singhiozzi lo afferrai disperata e lo lessi con voce tremante.

-“Grazie per avermi attesa, piccolo soffio di vento”.-

L’attesa: trepidazione per un attimo

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«Vorfreude ist die schonste Freude»

«Pregustare è il modo migliore di gustare»

Il tempo passa…Le lancette dell’orologio si muovono costantemente scandendo il passare prima dei secondi, poi dei minuti, infine delle ore… Intanto l’orologio, non quello che abbiamo al polso o quello che è affisso alla parete, ma il nostro orologio, la nostra mente, non né può più di continuare ad aspettare ed aspettare ancora… Ah, cosa faremmo per potere avere tutto quello che vogliamo subito, senza che ci sia quello snervante, stressante,  interminabile spazio di tempo che ci separa da ciò che aspettiamo con ansia, che sia l’arrivo di una ricorrenza per noi speciale o di un momento tanto atteso o semplicemente un evento che vogliamo che passi in fretta. Ma allora cosa renderebbe speciale quella determinata ricorrenza, quel particolare momento se non ci fosse l’attesa? Ciò che stiamo aspettando, brutto o bello che sia per noi, svanisce nel momento stesso in cui si compie. Tanto è veloce il tempo. Allora come si potrebbe godere veramente di quegli attimi se non prolungarli con la loro attesa?Quando aspettiamo il nostro compleanno, quando aspettiamo l’arrivo di una festa, persino quando aspettiamo il suono della campanella che segna la fine di una giornata scolastica, è l’attesa di quei momenti che ci rende felici, ansiosi, trepidanti, non tanto la loro realizzazione, perché sono momenti destinati a terminare: passa il nostro compleanno, passa la festa che aspettavamo, la campanella è suonata e già siamo fuori pensando che domani dovremmo ritornare a scuola. Se «Pregustare è il modo migliore di gustare», come celebrano i tedeschi in un loro modo di dire, allora l’attesa è senz’altro il miglior modo per farlo. Anche se non sopportiamo quel continuo ticchettio delle lancette dell’orologio che sembrano andare più lentamente proprio quando vorremmo che il tempo passasse in fretta, è proprio in quel momento, quando esasperati diciamo: ”Sembra che non passi più il tempo!”, che forse vorremmo che quell’attimo tanto atteso non arrivasse in realtà, perché, quando l’attesa finirà, sappiamo che cercheremo in tutti i modi di rallentare quello stesso ticchettio  che prima cercavamo di velocizzare. Quindi  invece di lamentarci sempre di tutto sarà meglio, la prossima volta, gustare ogni singolo secondo di quell’attesa tanto snervante e insopportabile per gustare fino in fondo ogni singolo attimo della nostra vita.

The Time Traveler’s Wife

Anno: 2009
Regia: Robert Schwentke
Genere: fantastico, sentimentale

«La mia vita non si ferma perché tu te ne vai»
«Non ho mai detto questo. Ne possiamo parlare?»
«Parlare? Sono due settimane che io ho voglia
di parlare con te. Di cosa vuoi parlare?
Di quanto sia brutto star seduta qui
ad aspettarti?»

The Time Traveler’s Wife appartiene a quella categoria di film che ti fanno piangere, nel bene o nel male. E mentre tu te ne stai lì, ad asciugarti le lacrime che sgorgano incessanti dagli occhi, non puoi far altro che piangere, sapendo già quello che avverrà e senza poter far niente. Esattamente come Henry, il protagonista maschile, avente un’anomalia genetica chiamata cronoalterazione che lo fa viaggiare nel tempo senza che lui sia in grado di controllare né dove, né quando andare. E proprio in uno dei suoi numerosi viaggi incontra la sua futura moglie, Clare, nell’aspetto di una bambina di sei anni, ed Henry entra inconsciamente a forza nel cuore e nella mente di questa ragazzina anche se, nel tempo presente, ancora non si sono incontrati. The Time Traveler’s Wife, infatti, è un film particolare sotto questo punto di vista: si intersecano continuamente il piano della storia presente con il piano della storia passata, ed ecco che il presente diventa il lontano futuro. Il presente è solo un attimo. E questo lo sa bene Clare, che attende da sempre di trascorrere attimo dopo attimo la sua vita con il marito, l’uomo che viaggiava nel tempo, ma che non può, e così come un uomo durante un naufragio resiste nell’aggrapparsi ad un pezzo di legno, Clare si ancora fortemente ai pochi attimi, passati e presenti, che Henry le dedica. È un’attesa senza fine, quella di Clare: un’attesa, travagliata, che lei alimenta con il fuoco della speranza e dell’amore, profondo e incondizionato, per quell’uomo. Sono innamorata di te da sempre, le rivela lei al primo incontro, nonostante Henry non la conoscesse nemmeno (infatti, l’Henry del presente incontra la Claire del passato solo dopo che lui si innamora della Claire del presente); il tempo non è uno degli elementi determinanti di questa relazione, sebbene condizioni le dinamiche tra i due personaggi. Un’attesa diversa, ma sempre angosciosa, è quella di Henry. Che effetto fa? Insomma, so com’è vederti andar via, com’è essere sempre quello che se ne va? gli chiede Clare, forse un po’ troppo diretta. A volte è come se mi fossi alzato troppo in fretta, le mani e i piedi mi formicolano e poi non sono più lì. Altre volte è come se avessi distolto l’attenzione solo un attimo e mi ritrovo nudo in piedi da qualche parte. Forse sono già stato lì, forse no. Non so fino a quando durerà, così incomincio a camminare finché non trovo dei vestiti. Allora sembro come tutti gli altri, ma sono un disperso in attesa di scomparire. È questa la risposta meditata di Henry, pronunciata anche amaramente, esponendo la sua condizione alla sua futura moglie, mentre questa lo guarda rapita. La scena conclusiva di The Time Traveler’s Wife è commovente: l’Henry del passato ritorna dalla Claire del presente dopo che l’Henry del presente era morto. Lei non aveva smesso di attendere, e non avrebbe smesso mai. Il ricongiungimento, seppur brevissimo, giusto un attimo, dei coniugi è stata la dimostrazione che il loro era un amore che superava i confini della morte e del tempo.

«Sarei stata qui ad aspettarti»
«Non volevo che aspettassi. Non voglio che passi la vita
ad aspettare»
«Io ti amo»
«Non posso restare»
«Lo so»