Il silenzio della polvere

Dentro un raggio di sole che entra dalla finestra,
talvolta vediamo la vita nell’aria. E la chiamiamo polvere”

La polvere: l’elemento più tangibile dello scorrere del tempo, la testimonianza visibile e inevitabile che i giorni lasciano sugli oggetti, sulla natura che da quel momento in poi si andrà definendo “morta”. E’ come se, attraverso questo lento depositarsi di piccoli esseri viventi (dal greco akarḗs, per l’appunto, esseri cortissimi), si determinasse quella stratificazione temporale che, come una ruga sulla fronte, si accumula fiera e con atteggiamento crepuscolare sui peluche d’infanzia, sulle bomboniere, sui souvenir anni ’90. C’è chi ne è allergico, c’è chi è ossessionato dalle pulizie, quasi come volesse controllare il tempo che passa, e c’è chi, invece, come Giorgio Morandi, artista visceralmente bolognese, ha un rispetto sacrale per la sua polvere. Si dice, a tal proposito, che avesse categoricamente vietato alle tre sorelle, che vivevano con lui, di spolverare nel suo studio le infinità di bottiglie destinate ad un intimo abbraccio con il tempo. Scrive a tal proposito Werner Haftmann: “Si era innamorato di ciascuna di queste cianfrusaglie, le aveva portate a casa una ad una, per poi disporre in fila questi trovatelli quali suoi compagni di stanza, in via sperimentale e con grandi speranze. Qui si trovavano dunque i suoi modelli veri e propri: le “cose” nel loro isolamento silenzioso, gli interlocutori del suo incessante dialogo“. Le piccole cose comuni, gli oggetti della realtà quotidiana, sono per Morandi lo specchio del Sé, uno specchio attraverso cui indagare e studiare la propria fisionomia interiore. In questa lenta poesia delle piccole cose, Morandi impara a crescere, osserva la guerra dalla “sua casa in collina” e attende. Osserva come la polvere si deposita sulle sue nature fatte di polimeri e vetro, costringendole ad un’infinita attesa dell’ignoto, osserva la luce che attraversa la finestra della sua casa di Grizzana e la insegue, in un’insostenibile ricerca metafisica. Egli dispone in uno spazio vuoto, ridotto a due semplici campi di colore, una serie di vasi e bottiglie di forma e altezza differenti, riuscendo a ottenere l’effetto della profondità senza, però, impiegare rigide griglie prospettiche, attraverso toni smorzati e pallidi che sembrano privare gli oggetti della loro fisicità, quasi fossero sagome. Eppure, come intuisce benissimo Argan, Morandi parte dallo spazio teorico per giungere a quello concreto; nei suoi dipinti, infatti, si ritrovano linee, volumi e toni ma con un significato completamente nuovo e diverso: uno spazio concreto di cui si vede perfino la sostanza fisica e la densità della materia, in cui un ruolo di primo piano è affidato proprio alla polvere, l’elemento più reale e   metafisico al tempo stesso.
Le bottiglie di Morandi da enti, quali sono, si trasformano in esistenti, sono-nel-mondo, aspettano inermi e si interrogano, non vivono-per-la-morte, ma vivono-con-la-morte, morte rappresentata, appunto, dal pallore della luce, dall’assenza di dinamismo in cui colore, forma, massa, luce, spazio e ombra diventano poco più che suggestioni, dichiarazioni esplicite dell’illusorietà dell’apparenza. Immobili, fisse, estraniate dal caotico divenire, vivono, pur essendo oggetti, “cantilene umanissime, bagnate da una luce spirituale”.

Elena Li Causi

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