Confini sfumati: Rothko

 

Il 25 Febbraio del 1970 nove dipinti dell’artista americano Mark Rothko arrivano alla TATE Gallery di Londra. Un monumento ad un altro pittore astratto caduto: poche ore prima il corpo di Rothko viene ritrovato disteso nel pavimento del suo studio, con i polsi tagliati.

Marcus Rothkowitz nasce a Dvinsk, in Russia, nel 1903. A dieci anni segue la madre in America, per raggiungere il padre e i fratelli che risiedono a Portland, nell’Oregon. I maestri dell’Espressionismo lo fanno sentire piccolo. Inadeguato. Si rifugia nei monoliti delle grandi idee, leggendo le tragedie greche e Nietzsche, studiando l’arte greco-romana, quella africana primitiva e la psicanalisi di Jung.  Poi cerca di tradurre il senso di tragica brutalità nelle sue prime tele, non è difficile, infatti, cogliere il tragico: miti, mostri, tori, metà uomini metà bestie, carneficine, sacrifici, si susseguono come in un fregio. Scoppia la guerra. Le sue visioni avvengono nella realtà.
Ma che compito ha, allora, l’arte?

Secondo Rothko, e qui veniamo alla centralità del tema, i suoi quadri sono l’inizio di un’avventura sconosciuta in uno spazio sconosciuto.

Dipinti complessi, come quelli di Rembrandt e Turner, emanano un campo di forza ineffabile, un campo di forze di cui si continua a sentire la presenza. Il risultato è originale: le opere “non sono quello che sono, ma quello che Rothko fa loro fare”. Sembrano calme eppure basta contemplarle per capire che respirano, si espandono, vengono a prenderci e lo spettatore non può che farsi catturare. Il pittore dice: “Le forme sono sospese in un equilibrio precario, sempre sull’orlo della rottura. La violenza è l’humus dei miei quadri e l’unico equilibrio possibile è quello precario che precede l’istante del disastro. Rimango sempre sorpreso nel sentire che i miei dipinti comunicano un’impressione di pace. In realtà sono una lacerazione. Nascono dalla violenza“.
Non devono dunque rilassare, non sono sedativi, massaggi. Sono l’opposto del riposo, rappresentazioni tragiche, violente, sacrificali, evocano le condizioni estreme di fatalità e estasi, “Un artista -dice- non dipinge per gli studenti di disegno o per gli storici, ma per gli esseri umani e la loro reazione è l’unica cosa in grado di dargli soddisfazione”.

Egli nega di essere un filosofo trascendentale, un mistico,  ciò che Rothko cerca è, al contrario, l’esperienza materiale, la sensualità del mondo in tutta la sua ricchezza. “Le masse cromatiche, porpora e nero e un rosso simile a sangue rappreso emanano un senso quasi tangibile di sciagura“, scrive lo stesso Rothko a proposito dell’ultima versione di uno di questi quadri, che doveva andare ad abbellire le sale del famosissimo ristorante Four Season ospitato nella Seagram Building di Park Avenue.
Benché le opere gli fossero state commissionate, l’idea che dovessero finire a far da tappezzeria nei pranzi dei ricchi lo inorridiva.
Curioso, se pensiamo che le sue opere sono tra le più quotate nella storia dell’arte contemporanea con cifre che spesso segnano nuovi record. Ma per lui la mercificazione del suo lavoro era un’altra fonte di dolore. “Dal punto di vista umano prima che clinico – scrive infatti Andreoli – non può sfuggire la percezione drammatica dell’esistenza e la fragilità di essere nel mondo: si sentiva destinato a dipingere templi e le sue opere invece erano considerate beni di consumo“.

Rothko passa dai colori caldi delle prime tele al nero, come il petrolio del Texas, presente nella Chapel. Lo spettatore, insomma, compie un viaggio mentale e spirituale, all’interno delle opere in cui la vita e la morte ballano insieme sfrenatamente, colpendo lo spettatore e lasciandolo a terra. L’apparente geometria non è simbolo di ordine mentale, al contrario, i confini sono tutti sfumati, incerti, il viaggio tuttavia non è allucinatorio, non si tratta solo di un’esperienza sensoriale,  i quadri di Rothko sono dei capolavori del dramma. Sono una rappresentazione della tragedia esistenziale del loro autore, senza che vi sia una soluzione di continuità e senza alcuna pausa salvifica data dal tempo. Il tempo non esiste nei quadri di Rothko, il loro lento procedere verso l’animo dello spettatore è un’ infinita testimonianza della tragedia di nascere, vivere e morire. Questa forza emotiva, intensissima, che lo spettatore prova di fronte all’opera, produce una particolare esperienza contemplativa che riguarda il proprio modo, unico, di vivere il rapporto con un’ opera d’arte. Lo spettatore compie un viaggio di purificazione, di conoscenza di se stesso, di quello da cui fugge o di quello che desidera. Attraverso questi campi rappresentati da blocchi bidimensionali ricchi di colore l’artista traduce stati universali dello spirito, alludendo principalmente alla tragicità della condizione umana, con una visione plumbea tipica della cultura ebraica.
Gli spazi di Rothko sono delle metaforiche finestre cieche, aperture che invitano ad entrare o che sbarrano un percorso. E’ uno spazio sconosciuto al quale solo l’arte può condurre attraverso una superficie ambigua, porosa, morbida e penetrabile. Uno spazio da cui veniamo o in cui finiremo. Create da un artista il cui massimo complimento era essere chiamato “essere umano”.  Lo spettatore compie un viaggio in cui si immedesima panteisticamente con la tela, con l’autore, con il mondo circostante, con l’aldilà, con il Tutto.
Non parlano dell’attualità, ma dal rumoroso eterno.
Non sentiamo il missile che sta per cadere sganciato dall’aereo, ma sentiamo quella frazione di secondo che precede il disastro. In Rothko è percepibile la quiete prima della tempesta, la calma apparente di chi si tiene tutto dentro e sta per esplodere. Citando Rosenblum: “Questi vuoti infiniti luminosi ci portano oltre la ragione del Sublime; possiamo solo inviare a loro in un atto di fede e lasciarsi assorbire nella loro profondità radianti
Esiste un’arte più completa e potente di quella che ti apre le porte dell’ignoto?

Elena Li Causi

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3 pensieri su “Confini sfumati: Rothko

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