“In the world through which I travel, I’m endlessly creating myself” -Frantz Fanon

Vi è mai venuta la voglia di saltare in macchina e scappare? Di prendere il primo treno per la destinazione più improbabile? Di comprare, all’ultimo minuto, l’ultimo biglietto aereo per il posto più lontano che ci sia?

A me sì.

Per questo mi trovo qui, in questo esatto momento in questo esatto posto, di cui non conosco il nome né tantomeno lo Stato di appartenenza.
Sono come Sal, di On The Road, viaggio ininterrottamente e da quando sono partita non mi sono più fermata. Non so se mi fermerò mai.

“Stai scappando da qualcosa” mi ha detto mia madre al telefono l’altro giorno.

“Può darsi” le ho risposto.

Il punto è che non so nemmeno da cosa sto ipoteticamente scappando. Non da grandi responsabilità, non da guai, non da debiti, non da delusioni.
Io sto scappando.
Sola, senza quasi un soldo, con la fodera della mia chitarra scordata come unico bagaglio e un paio di occhiali da sole che non servono a un cazzo.
Sono stata ovunque. Ad Istanbul, a girovagare tra le spezie colorate e con il foulard sul viso nella Moschea Blu; a Nuova Delhi con un sari coloratissimo non mio, al Khan Market e poi a fare il bagno nel Gange; in Oman sul lungomare di Muscat; a Bangkok a vedere il Buddha di smeraldo del palazzo reale; in Messico sotto il sole cocente, immersa nei colori caldi del paesaggio; in Tanzania per attraversare il deserto insieme ai Masai; in Kosovo per soggiornare presso le comunità Rom e mille altri posti.
Ho visto di tutto, ho vissuto di tutto e ancora mi stupisco di quanto ci sia da vedere e da fare. Il mondo non è piccolo. È immenso.
Come una torta gigante, io ne voglio mangiare ogni fetta e pulire il piatto, a qualsiasi costo.
Per questo io mi muovo, alla continua ricerca di Bellezza e Meraviglia, di colori e sapori nuovi, di persone che mi sappiano stupire raccontandomi la loro storia.
Voglio essere Sal, di On The Road, sballottato da un mezzo all’altro, accompagnato dalla gente più stramba e sempre a vivere le esperienze più frenetiche e incredibili.

“Eri una giovane così promettente. Stai buttando il tuo futuro” sempre mamma, al telefono borbottando e lamentandosi della mia scelta di fuggire.

Ma no, mamma. Io mi sto appropriando del mio futuro ma soprattutto, cosa più importante, mi sto appropriando del mio presente. Ed è quello che voglio ed ho sempre voluto.
Non serve a nulla sognare, sognare, sognare e sperare che un giorno tutto diventi come desideri. Devi smuovere il culo o il tuo presente sarà solo una lunga attesa che non porterà mai a niente.

“Se non avessi mai conosciuto Grant… forse, forse saresti ancora qua con me e tuo padre. Magari staresti prendendo una laurea.”

E ancora qui ti sbagli, mammina cara. Perché Grant in questa storia, nella mia storia, è stato assolutamente marginale.
Tu credi che sia stato lui a convincermi a scappare, perché lui era il tipo con la giacca di pelle e la sigaretta sempre in bocca mentre io ero la tipica ‘camicia e pullover’, occhiali e libro di scuola; ma sono stata io.
Sono stata io quella notte, sul tetto di casa nostra, mentre guardavamo le stelle fumandoci una canna, a dire “Partiamo”.
Ricordo che lui rise rispondendomi “Si, e dove?”
Io scrollai le spalle e feci una faccia seria “Ovunque.”
Lui rise ancora, forse per la marijuana o forse perché la mia risposta gli sembrava davvero ridicola.
Così io mi alzai tirandolo con me e indicando il nostro maggiolino giallo parcheggiato nel vialetto di casa ripetei “Partiamo. E lei viene con noi”.
Da quel momento, non era più un’ipotesi strampalata, un’idea avuta sotto gli effetti della droga, una stronzata detta tanto per dire.

Era una certezza.
Noi saremmo partiti.
No, non partiti. Scappati. Quella notte stessa.

Voi, tu e papà, dormivate, dunque non avete sentito il casino che abbiamo fatto mentre riempivamo le valigie. Stipammo di tutto in due bagagli, rubammo i soldi dalla nostra cassaforte poi io presi le chiavi del maggiolino dal tavolo ad angolo nell’ingresso.
In un’oretta scarsa, avevamo messo in moto la macchina ed eravamo già in marcia verso il Messico. Chissà perché scegliemmo proprio il Messico come prima destinazione. Forse perché era il primo posto fuori dagli Stati Uniti che potessimo raggiungere con la macchina.

E ancora penserai, mamma, che io ti stia mentendo e che Grant con la scusa di una fuga d’amore mi abbia persuaso a partire con lui.
E allora questo è il momento migliore per rivelarlo, una volta per tutte.
Gli ho chiesto di fuggire con me solo per abbandonarlo.
Non vedevo l’ora. Morivo dalla voglia di lasciarlo in tredici, nel cuore della notte, magari in un sudicio motel di un qualche paesino sperduto.
Perché una cosa tanto crudele? Perché abbandonandolo gli avrei fatto capire chi ero veramente.
Lui credeva di essere la mia ancora, che io dipendessi completamente da lui e che gli fossi eternamente devota, solo perché mi aveva ‘salvata’ dalla noia mortale della nostra città, facendomi prima compagnia sporadicamente per poi diventare più che un amico.
Ma ognuno deve essere l’ancora di sé stesso. Lui non può essere la mia e io non posso essere la sua.
Quando scappai da lui in Cile, lasciandogli persino il maggiolino, mi sentii una persona nuova.

Ero una persona nuova.
Ero finalmente me stessa.
La muta era terminata e la pelle liscia e nuova di zecca mi stava a pennello. Mi sentivo bene, ancora più libera di prima, più libera che mai.

La vera avventura era appena cominciata e la mia vita stava prendendo la svolta decisiva. Senza lui tra i piedi, senza il maggiolino, non avevo più alcun collegamento con casa.
Feci l’autostop fino in Colombia e da lì non smisi più.

Oggi sono in qualche posto tra il Myanmar e il Laos, dormo a casa di una famiglia per la quale mi offro di fare le pulizie e insegnare qualcosa ai bambini in cambio di una brandina. Forse domani chiederò in giro un passaggio per andare in qualche altro posto. Un’altra città, un altro stato. Ovunque mi va bene, ovunque è perfetto.

Per questo mamma voglio dirti che non sto sprecando il mio futuro.

Preferisco conoscere le storie di mamme che fanno chilometri e chilometri per dare dell’acqua ai loro bambini, piuttosto che studiare economia all’Università; preferisco giocare a calcio con i bambini delle baraccopoli di Mumbai piuttosto che partecipare a quelle stupide gare di ginnastica artistica che mi facevi fare; preferisco camminare scalza, indossare abiti usati piuttosto che sbandierare delle stupide apparenze ostentando un’agiatezza che sfocia nell’opulenza con gli abiti firmati che non valgono niente.

Voglio essere libera, nell’eterno “confine tra l’Est della mia giovinezza e l’Ovest del mio futuro”.

Voglio avere in mano il mio presente.

Voglio viaggiare.

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