Un ideale per cui vivere e morire: la libertà

   Pur_01_catone                                                                                                                                                                                                       

« Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta. »

(Purgatorio canto I vv.70-72)

Queste le parole pronunciate da Virgilio al cospetto di Catone l’Uticense, alle porte del Purgatorio. Catone, suicida e profano, è una figura atipica nel regno dell’espiazione dei peccati, in quanto, proprio per non aver conosciuto la religione cristiana ed essersi ucciso, dovrebbe trovarsi nell’Inferno: nel Limbo come Virgilio o nel girone dei violenti contro se stessi come Pier della Vigna. Tuttavia Dante, nel suo viaggio ultramondano, lo colloca come guardiano del Purgatorio, in quanto Catone, sebbene suicida, si è ucciso per una giusta causa, per un proprio ideale, per la propria libertà,che avrebbe sicuramente perso essendosi schierato contro Cesare.

Catone perciò decide volontariamente di morire, morire per non diventare schiavo, morire per rimanere eternamente libero.

In questo modo la libertà diventa  sinonimo di indipendenza e rifiuto di sottomissione: unica, sola e vera ragione di vita.

Senza di essa non solo non avrebbe senso vivere, ma la vita stessa non avrebbe senso di esistere. D’altronde pensare ad una vita senza libertà, sarebbe come pensare ad una vita senza l’aria che respiriamo, senza i colori che vediamo, senza i suoni che udiamo: insomma non sarebbe più vita, ma morte, morte non tanto nel senso strettamente fisico, ma nel senso spirituale del termine, poiché non è tanto il nostro corpo,quanto la nostra anima, la nostra persona, il nostro essere individui che prova l’indispensabile bisogno di combattere per i propri ideali e soprattutto impedire che qualcuno ci privi della libertà di essere come siamo.

Vita e libertà sono quindi due elementi imprescindibili, l’una dipendente dall’altra, indispensabili affinché un individuo possa definirsi tale.

Ecco perché secondo quest’ottica il gesto di Catone non sembra poi così privo di senso, anche se bisogna considerare il contesto storico, politico e sociale di cui fa parte; infatti in un periodo come quello in cui visse l’Uticense, non tutti potevano godere degli stessi diritti e forse si era più consapevoli dei vantaggi che si possedevano.

Bisogna infatti riflettere sul fatto che molte delle libertà di cui godiamo, anche quelle che ci sembrano più scontate, sono il frutto di tante battaglie per le quali molte persone hanno perso la vita.

Basti pensare alla Rivoluzione Francese che, sotto il motto “Liberté, Égalité, Fraternité”, rappresenta una delle più sanguinose lotte per l’affermazione dei diritti dell’uomo, ma anche a tutte le dittature succedutesi nel tempo e che, proprio per il loro regime autoritario, arrivavano persino a manipolare le menti delle persone, non permettendo loro di pensare liberamente con la propria testa.

Libertà di pensiero, parola, professione di fede, istruzione (chi più ne ha, più ne metta) sono tutte conquiste avvenute purtroppo il più delle volte attraverso il sacrificio di molte vite umane, vite che sono morte per un ideale in cui credevano, che si sono sacrificate affinché i propri figli, le generazioni future, potessero vivere dignitosamente e trasmettere i valori per cui avevano lottato.

La libertà quindi è più di un concetto astratto, è un qualcosa che fa parte di noi stessi, il cui valore è pienamente comprensibile non solo da  chi ha rifiutato la vita per essa, come ci suggeriscono i versi danteschi, ma più in generale da chi ha combattuto per la sua stessa affermazione.

 

“Meglio morire combattendo per la libertà che vivere da schiavi”

Bob Marley

 

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