Il timore della ragione: la follia “fatta” musica

 

Marco Bilardello studia al Consevatorio di Trapani “Antonio Scontrino”. Non è e non è stato un alunno del liceo classico, ma, essendo profondamente immerso nel grande mare della Musica, c’è sembrato doveroso consultarlo e chiederdegli un personale apporto al tema affrontato in questo numero ed è per questo che tutta la redazione di “Telemachia” lo ringrazia per il tempo dedicatoci e la passione profusa nell’articolo.

 

 

“L’unico fatto certo, è che senza il condimento della follia, non può esistere piacere alcuno” (Erasmo da Rotterdam)

 Come una spezia provoca ambiguità nel sapore di una pietanza, sollecitando il nostro palato, la follia ricrea quell’estro che irrompe nell’incontaminata armonia che sostiene la musica, spingendo l’uomo a lanciarsi ad occhi chiusi verso ciò che l’ordinario non concerne, e proprio qualcosa di così malleabile come la musica, non poteva che essere una matrice da cui questa ricerca/elogio/evocazione della follia nasce e si protrae attraverso i secoli. La potenza della musica risiede nella sua personalissima caratteristica di muoversi dentro di noi in senso letterale, talvolta suscitando vuoti viscerali, tremori e varie altre reazioni nel nostro corpo. Il canto fu indubbiamente la prima espressione di tale potenza e svolse ruoli fondamentali nella ritualità delle antiche civiltà, le quali erano pienamente a conoscenza dell’influenza che la musica  poteva esercitare sui comportamenti umani. Con l’avvento della civiltà greca, tale teoria si afferma in quella che verrà denominata dottrina dell’ethos (dal greco, “carattere”, citata da Platone ed Aristotele), che aprirà un dualismo strettamente legato a quegli aspetti che Nietzche, più un migliaio di anni dopo, identificherà come “apollineo” e “dionisiaco“, ovvero, l’eterno contrasto tra ragione ed istinto primordiale, nel nostro caso, tra tutta quella musica in grado di “evocare” la follia nell’animo umano o di “epurarlo”. In funzione di ciò, il ruolo della follia, come elemento prettamente “musicale”, si è adattato al contesto culturale in auge nelle varie epoche storiche; dal suo aspetto demoniaco  nel medioevo, in cui il dominio della Chiesa bandiva ogni sorta di strumento dalla liturgia, per timore di suscitare nei fedeli determinate pulsioni “diaboliche” (non a caso, il sassofono o l’oboe vengono ancora oggi stereotipati come “voci del diavolo”) fino alle prime, timide considerazioni dell’impulso creativo che la follia stessa esercitava sulla nascente tradizione della musica strumentale, in epoca rinascimentale. Fu proprio in quel periodo che si affermò uno dei temi più famosi di tutta la musica in assoluto, ovvero il tema de “La follia”, nato da una linea melodica costruita su di un basso di Passacaglia, danza di origine spagnola, da cui prenderanno spunto un numero indefinito di compositori, fino ai giorni nostri (Frescobaldi, Corelli e Vivaldi, tra i più noti). Il carattere che si evince in quasi tutti i  brani legati a “La follia”, risulta estremamente mesto e in alcuni casi doloroso, sostanzialmente perchè in esso si riscontrano sia il ruolo evocativo sia quello epurativo della musica, come se il tema potesse richiamare la follia al fine di pervadere l’esecutore ed ispirarlo nelle sue improvvisazioni o, al contrario, purificarlo da questa sorta di “entità maligna”. Non a caso, nella tradizione flamenca, tutto ciò si impersonifica nel Cante jondo, vero e proprio “demone” della follia, che viene ogni volta evocato tramite una forma strumentale, al quanto macabra, detta Invocacion, che sfocia sempre in danze dal ritmo frenetico come lo zapateado o il fandango, per far sì che il “fuoco” da esso scatenato, si possa estinguere con l’impeto della danza stessa. Nel romanticismo, la follia si integra nell’ambito “onirico” (lo stesso termine francese, Reverie, per l’appunto, “sogno” sarà il nome di una nuova forma musicale, molto in voga in quegli anni). L’esempio più palese si riscontra nella Symphonie fantastique di Hector Berlioz; un uomo tenta di avvelenarsi con l’oppio, che, facendolo addormentare, ricrea in lui tutta una serie di visioni caratterizzate dai propri turbamenti interiori, i quali lo inducono a credersi responsabile dell’omicidio della propria amata, spingendolo a suicidarsi, ormai preda della follia. Il tutto in un susseguirsi di distorsioni spazio-temporali ottimamente rappresentate dalla musica, protagonista assoluta in ogni sfaccettatura della bizzarra vicenda, articolata in cinque movimenti (Reverie-passions, un ballo, scena campestre, Marcia al supplizio, sogno di una notte nel deserto). La figura romantica del “reietto”, rappresentata in questa occasione dallo stesso compositore francese, evidenzia una sua personale ricerca di una follia ispiratrice e allo stesso tempo omicida, placando il suo desiderio di gloria con la morte, vista come un atto assolutamente eroico. Nel disordine causato dall'”esplosione” del ventesimo secolo, la concezione di follia si delinea lungo diversi binari, in base ai diversi ed innumerevoli movimenti culturali che nascono in quel periodo. La musica, a sua volta, risente di tutta questa ordata di stimoli e si sgretola, come se il consolidato universo della tonalità non potesse più contenere una tale onda d’urto. Il minimalismo fu uno dei tanti movimenti musicali che meglio rappresentò la follia che aleggiava nella desolazione dell’uomo; le armonie tradizionali ormai si erano tramutate in sovrapposizioni di note senza alcuna logica comune, con la presenza spesso di lunghi e ambigui silenzi tra un accordo e l’altro. Come Beckett nel suo Waiting for godot, John Cage, nella suite per pianoforte “Haiku”, ricrea la stessa attesa che non avrà alcun epilogo, in cui è la follia stessa a fare da padrona, come in uno scenario scarno ed essenziale, dove ad orbitare intorno ad essa, non c’è altro che il niente, scalfito solo da qualche folata di vento sporadica, e proprio come un vento gelido e tagliente, la follia ha segnato in maniera imprescindibile ogni rivoluzione, musicale e non, perchè qualunque sia il suo ruolo o il suo effetto su di noi, essa è una forza che spinge i più temerari ad addentrarsi nell’ignoto, costringendoli a contare sul loro istinto, dove la ragione non può guidarli. È da questa scoperta dell’ignoto che deriva inoltre, quel piacere amarognolo che non tutti sono in grado di apprezzare immediatamente, come per tutto ciò che a distanza di anni è oggettivamente riconosciuto come un capolavoro. Citando nuovamente Erasmo da Rotterdam: “La maggior parte dell’umanità indulge alla Follia e quindi le cose peggiori incontrano sempre il massimo successo”.  

 

 Marco Bilardello

 

 

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