Siate folli, siate straordinari.

Aprendo il mio adorabile vocabolario Treccani, alla parola “follia” mi dà una definizione che rispecchia quella del XXI secolo, ovvero: “stato di alienazione, di grave malattia mentale ;pazzia”. La definizione rispecchia ovviamente la società e il secolo in cui viviamo ma prima non era proprio così.
Nell’antica Grecia, caratteristica dell’opinione popolare era ritenere la malattia mentale un’emanazione del volere di divinità malvagie e persecutorie, come Manìa o Lyssa, Pan o Dioniso, Ecate o le Furie. Certi comportamenti irrazionali fuori dalla norma venivano interpretati come rottura del modo di pensare ordinario e apertura verso esperienze di tipo mistico e metafisico. Ne derivava una sorta di rispettosa venerazione per cui il “folle” appariva circondato da un alone di sacralità e le sue parole e i suoi atti venivano sentiti come espressione di verità profonde e misteriose. Questo concetto popolare non lasciava nessuna possibilità di terapia del malato mentale. I casi leggeri erano lasciati andare per conto loro come oggetto di disprezzo, di ridicolo o di prevaricazione. I violenti erano relegati in casa, spesso incatenati, aspettando che gli dei, che li avevano resi folli, li curassero. A Roma le credenze superstiziose popolari continuarono a influenzare il trattamento dei malati mentali, che erano dimenticati, banditi, perseguitati, privati della libertà di azione e giudicati incapaci di curare i loro affari privati e pubblici. Nel I sec. d.C. Celso si occupò a lungo di malattie mentali. Celso utilizzava la parola “insania” per designare la mania e il furore. La frenesia era sempre accompagnata da febbre; la classificava tra i disturbi che colpiscono il corpo in modo completo e allo stesso modo era considerata la follia, in opposizione alle malattie che ne colpiscono solo una parte. All’insania e alla frenesia, Celso aggiungeva un terzo tipo di disturbo mentale: il delirio allucinante a volte allegro, altre volte triste, generale o parziale. Ma, lasciando stare ciò che succedeva nelle antiche polis o a Roma, vi è un filosofo dell’Umanesimo che vi si è soffermato in modo particolare: Erasmo da Rotterdam. Il libro, Elogio alla Follia, si apre con una piccola rhesis fatta dalla Follia stessa. La Follia è una donna, una donna forte, scherzosa, ironica e anche dannosa se si frequenta troppo spesso. La differenza tra un pazzo e un saggio sta nel fatto che il primo obbedisce alle passioni, il secondo alla ragione. In questo elogio, Erasmo, serve al lettore in un piatto d’argento tutto ciò in cui la follia si cimenta: eros, matrimonio, amicizia, teologia, filosofia, letteratura, medicina.. Tutte queste cose senza la follia, dice Erasmo, non avrebbero la stessa sostanza. L’uomo è un essere razionale e la Follia, paradossalmente, ha creato per lui l’essere più folle che ci sia: la donna. Con Franco Basaglia, la follia, alla fine del 900 assume un carattere umano. Franco è stato colui che si è tanto battuto per ottenere una legge che sancisse la chiusura dei manicomi. Oggigiorno essere folli è ritenuto uno stato mentale di cui però i medici moderni non ne conoscono una genesi. Per Basaglia, la chiusura dei manicomi, era il mezzo attraverso cui la società poteva fare i conti con quella figura da sempre inquietante che è il diverso, come il folle, il tossicodipendente o l’emarginato. Per lo psichiatra era importare ridare al paziente quel tratto di soggettività che lo faceva interagire con il mondo esterno e che, oltre alle malattie, aveva bisogno di un rapporto con chi lo curava, di risposte sul suo essere, di denaro, di tutte le necessità che un essere umano ha bisogno e non dell’emarginazione cosa che è più frequente in questi tempi. “La follia è diversità oppure aver paura della diversità.”(Franco Barsagli) Siate folli, siate diversi. La follia può essere buona, al diavolo a chi dice il contrario! Essere folli o l’essere diverso è ciò che ci distingue dagli altri. E’ questo ciò che ci rende unici. Abbiate il coraggio di essere folli, almeno una volta nella vita.

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