Il palombaro e la poesia

Questo articolo è stato scritto dalla gentilissima e graziosissima Giulia Carnevale, del Liceo Classico Maurolico di Messina, che ha da poco partecipato alle Olimpiadi Nazionali di Filosofia a Roma. Le abbiamo chiesto di parlarci di una rivoluzione a lei cara, ed ha subito pensato al meraviglioso Ungaretti e il suo sconvolgimento della parola poetica.
Non fa parte del Liceo Classico, ma è ugualmente uno spirito non indifferente all’amore dell’Ignoto, della Bellezza e al culto della Curiosità, tutte cose che Telemachia consegue ed apprezza. Enjoy.

“Rivoluzione” è uno di quei rari termini universali che, appena uditi, prendono il nostro immaginario per mano, e lo portano con sé in altri luoghi e tempi, non obbligatoriamente lontani, conditi di un certo eroismo dalla nostalgia. L’ eroismo storico è il più facile da condividere: il tricolore francese sbandierato sulle barricate del ’48, le tredici colonie che divengono Stati Uniti d’America, e perché no, il volto di un uomo come Gandhi, che ha creduto così tanto nel valore della rivoluzione da non muovere nessuna battaglia che non fosse soltanto interiore.

Eppure c’è chi, in maniera atipica e allo stesso tempo tipicamente umana, ha portato avanti una rivoluzione che creava silenzio dove il rumore assordante e innaturale della guerra rimbombava, e che nel silenzio rimane, perché sembra quasi improprio definire rivoluzione qualcosa che non sia esteriormente eclatante. Perché Ungaretti la sua rivoluzione l’ha iniziata giocando con le parole, una penna e qualche pezzo di carta che gli capitava di avere con sé, lì sul fronte. Perché, prima di lui, chissà quanti nella letteratura avranno paragonato la caducità della vita all’autunno, eppure “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie” sembra non averlo mai detto nessun altro prima di lui. L’efficacia del suo poetare, e la sua innovazione rivoluzionaria, non risiedono dunque nelle tematiche, quanto nella rielaborazione compositiva e nella resa espressiva, in altre parole, nel riuscitissimo connubio fra la frammentazione del verso e la parola pura.

Ungaretti distrugge lo schema del verso tradizionale, prima di tutto per un’esigenza interiore: non é possibile vivere attraverso forme preconfezionate la poesia, chiuderla nella cella del canone tradizionale, a causa del quale la spontaneità fa posto al rigorismo; egli stesso dichiarò in una sua nota apparizione televisiva:” La poesia é poesia quando porta in sé un segreto”, come poter donare con naturalezza questo segreto al lettore, se obbligato ad esprimersi secondo regole precise? A questa domanda, risponde il verso frammentato, che si realizza come esigenza rivoluzionaria di liberarsi dalle catene espressive, per divenire veri poeti, non perché bastasse semplicemente “andare a capo” ogni tanto. Anzi, la brusca rottura del verso è tutt’altro che casuale: in tutti i sensi, evidenzia ogni termine che il verso compone, assegnando a ogni parola un forte valore evocativo. Perché ognuna di esse non deve spiegare un concetto, né tantomeno ognuna é spiegabile, la parola serve a sottoporre al lettore un aspetto del segreto, e rifletterne con la massima umanità assieme all’autore, nascosto fra le righe. Esempio: “Cessate di uccidere i morti”. Con un’attenta analisi razionale è impossibile venirne a capo: Ungaretti sembrerebbe impazzito. Leggere un suo verso significa accantonare, per un istante, la rigidità scientifica, permettere che la meraviglia della sua rivoluzione si realizzi nell’animo, e che nella nostra mente, in questo caso, si ricrei la scena dell’ omicidio fisico di uomini già morti sotto il profilo morale ed esistenziale. Le ulteriori suggestioni rimangono soggettive, ognuno sente e comprende a modo proprio il segreto.

Ed è questa la bellezza e la rivoluzione, appunto, del segreto stesso: l’assenza di un’unica spiegazione, perché la validità di ogni spiegazione risiede nell’originale autenticità del sentire di ciascuno. Perché la parola del nostro poeta non è vincolante, ma evocante. Il fascino rivoluzionario di Ungaretti sta proprio nell’ avere smascherato il grande vizio “retorico” della poesia precedente, che credeva di potersi esprimere ed elevarsi solo tramite arcaismi o con l’insensata ed ostentata ricercatezza del linguaggio, futili segni di erudizione, ma non certo di arte. Ed acquista un sapore ancor più di rivoluzione se si pensa che, fra uno scontro armato e l’altro, trovò sempre la forza di versificare il suo dolore. E ancora, il tutto viene pervaso da un’aria magica se si pensa alla estrema brevità in cui condensa e glorifica il segreto stesso:

Un occhio di stelle
Ci spia da quello stagno
E filtra la sua benedizione ghiacciata
Su questo acquario
Di sonnambula noia.

Eh sì, ad Ungaretti bastano cinque versi per rivoluzionare la poesia, mettere in crisi il lettore e regalare il suo nome all’eternità.

Giulia Carnevale

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