Il naso di Cleopatra e le mani sporche di sangue

«Se il naso di Cleopatra fosse stato più corto, la storia del mondo sarebbe stata diversa»

Blaise Pascal

Il lettore perdonerà la velleità di chi prova a narrare gli amori reali che hanno animato il chiacchiericcio delle corti e dei mercati per secoli e oggi sono divenuti paradigmi o anti-esempi per noi moderni, considerate le esigue e mai del tutto verificate fonti a disposizione, e spero apprezzerà questo tuffo di proporzioni plurisecolari che lo vedrà spettatore di amori semplici e straordinari, di gente semplice e di grandi condottieri.
Un Amore fiducioso, la nascita di un bambino, una relazione extraconiugale, una vendetta che culmina in un omicidio: sembrerebbe la trama di una fiction di Canale5 con Gabriel Garko e “nonsochi” e invece trattasi della vicenda giudiziaria della “Per l’uccisione di Eratostene” dell’oratore meteco Lisia. Abile “scrittore di discorsi” Lisia descrive, forse per la prima volta nella storia, un dramma domestico piccolo-borghese, in cui  un modesto proprietario di campagna, Eufileto, scopre la relazione adulterina della moglie con un certo Eratostene e applica il diritto di farsi giustizia da sé, appellandosi alle leggi di Dracone che legittimavano l’omicidio dell’amante colto in fragrante. Ciò che più desta meraviglia, però, è che anche noi – forse per creare un legame con i nostri progenitori culturali o forse per condivisione di imbecillità –  per diversi decenni abbiamo applicato lo stesso diritto, che compariva nell’articolo 587, il “delitto d’onore”, del famigerato Codice Rocco, abrogato soltanto nel 1981.

Questo caso è un esemplare esempio della subordinazione delle donne nell’Atene del V secolo, anche se vi fu una donna che, grazie alla sue illimitate capacità intellettuali, riuscì a far breccia nel cuore dell’uomo più influente della famosa polis greca e ad attirare su di sé l’astio di tutti gli ateniesi: Aspasia.

Fu una storia d’amore vero e intenso quella fra Pericle, l’illuminato statista ateniese, e la sua concubina (pollakè) Aspasia, la “Lou von Salomé” dell’Atene “democratica”. Pericle manifestava costantemente il suo amore nei confronti di quella donna “diversa” da tutte le altre. Alcuni dicono addirittura che sia stata lei ad insegnare a Socrate quel metodo di discussione detto poi “socratico”. Ma a fare scandalo non fu soltanto la sua sterminata cultura, ma soprattutto le sue idee sulla pariteticità dei sessi nel matrimonio. Non v’è da stupirsi allora se fu accusata di empietà e salvata solo grazie all’appassionato e lacrimevole intervento di Pericle.

La concezione dell’Amore nell’antica Urbe non era sicuramente più felice, d’altronde il “Graecia capta” oraziano comprendeva e l’assimilazione dei pregi intellettuali e la continuità dei difetti culturali, infatti se è vero che i Romani possedevano uno “ius osculi” (diritto del bacio), questo non era di certo una norma che sottolineava l’esigenza dell’Amore in un matrimonio, ma serviva esclusivamente a scoprire se le mogli avevano bevuto del vino.

Fra tutte le vicende d’amori comuni e leggendari, sicuramente è degna di una particolare nota  la love story di Cleopatra e Antonio.

La frase di Pascal che fa da epigrafe a questa  breve, ma rocambolesca escursione storico-sociale: “Se il naso di Cleopatra fosse stato più corto, la storia del mondo sarebbe stata diversa” è senza alcun dubbio emblematica: la regina d’Egitto decise le sorti della cultura occidentale, fu la causa della disfatta di Antonio, che completamente rapito dalla sua bellezza orientale, non ascoltò più nemmeno le preghiere disperate dei suoi soldati che gli chiedevano di rinsavire. Dopo essere stati sconfitti nella guerra che li vedeva contrapposti al loro storico rivale Ottaviano, futuro Augusto, una guerra in cui non si decidevano solamente le sorti della capitale ma soprattutto l’orientamento culturale – occidentale od orientale – che da allora in poi avrebbe regnato, ai due amanti non restò altra via che il suicidio.

Anche se non risulta essere il modo più gioioso, concludo questo articolo con un altro suicidio. Be’, caro lettore, amore è soprattutto “patior” e di sofferenza la storia di Arria e Peto, rievocata dall’epigrammista ispanico Marziale, è tristemente piena.

Arria Maggiore, non riuscendo ad accettare di sopravvivere al suicidio del marito Cecina Peto, condannato dall’imperatore Claudio, decide di togliersi la vita per prima; ma visto che le mie parole non saranno mai tanto eloquenti quanto i drammatici versi di Marziale, sottolineando che l’Amore, in ogni tempo e circostanza sociale e storica, è un sentimento inscalfibile e immortale, ti lascio, paziente lettore, a queste parole cariche di pathos e “speranza”:

La casta Arria consegnando a Peto la spada
Che da sola aveva estratto dalle proprie viscere,
“Credimi”, disse, “non mi duole la ferita che mi sono fatta;
ma quella che ti farai tu, quella, o Peto, mi duole”

 

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