Storia di una brava cittadina

Il 14 Luglio del 1789 viene comunemente ricordato come il giorno della presa della Bastiglia, ma come accade in certi avvenimenti storici, si tende a dimenticare le morti di quelle occasioni, impegnandosi a guardare l’evento troppo da lontano che da vicino, a riconoscere vita dopo vita. Una di queste vite è quella di Irène, una giovane donna che possedeva una gaiezza velata di sogno, scultorea e squisita, e sotto quei veli si percepiva una statua e in quella statua un’anima. Irène era bella senza saperlo troppo; delicata di profilo, gli occhi di un verde brillante, i capelli delicatamente raccolti in una semplice acconciatura, la pelle bianca che lasciava qua e là trasparire il reticolo azzurrino delle vene, le guance infantili e fresche. Remi, come era solita chiamarla la madre prima che morisse di tifo, poco prima la Rivoluzione aveva, purtroppo, perso gran parte della sua bellezza di cui rimaneva solo uno spettro, e gli unici abiti che possedeva erano semplici stracci. Suscitava pietà a prima vista, così magra, così fragile, ma alla vista del suo sguardo vuoto anche il più compassionevole tra gli uomini si allontanava lasciandola nella miseria più totale, preda di famelici lupi portatori di cattivi consigli che le fecero credere che la vendita di se stessi fosse la strada più semplice. E così, dopo aver venduto i suoi bei capelli e i denti posteriori, anche lei come tante altre donne intraprese la strada della prostituzione. Era completamente sola; sua madre, come già detto, era morta di tifo e suo padre e suo fratello l’avevano abbandonata, andandosene chissà dove. È triste come per certuni la condizione di vita rispecchi anche la propria morte.
Diversamente quel giorno, svegliatasi alle prime luci dell’alba, Remi si fermò a guardare l’orizzonte; Parigi, città miserabile, sintesi delle virtù e dei vizi degli uomini, si manifestava terribile. Da ieri la maggior parte di loro, la plebaglia, protestava contro il governo affinchè riducesse il prezzo del pane e dei cereali, motivo per cui saccheggiarono molti luoghi sospettati di essere magazzini per provviste di cibo e il governo, ovviamente, organizzò una milizia cittadina che garantisse l’ordine. Per cui, camminando tra le strade, appena vide un uomo con la coccarda coi colori di Parigi (un blu e un rosso alquanto sbiaditi), lo evitò. Notò che proprio quel giorno c’era un particolare fermento in città, gli studenti che biascicavano tra loro frasi concitate, le madri che tenevano al riparo i loro bambini, i vecchi che si allontanavano dalle strade. Stava sicuramente succedendo qualcosa, e lei ne era completamente all’oscuro, smarrita nelle tenebre della più totale ignoranza. Ad un certo punto, da un gruppo molto numeroso di levò una voce: «Amici, siete buoni cittadini? Sì lo siete! Allora marciamo verso la Bastiglia». Quel grido risvegliò qualcosa in Irène; forse perché aveva guardato proprio lei mentre quell’uomo, un certo Hulin le spiegarono, disse quelle parole, forse perché era stata chiamata buon cittadina: fatto sta che non perse neanche un secondo ad unirsi a quel gruppo di sovversivi che avevano intenzione di rovesciare il governo iniziando proprio da quella prigione.
Non aveva mai visto, durante tutta la sua, seppur breve, vita, una rivoluzione e nemmeno sarebbe stata capace di descriverla ma quando i prigionieri uscirono dalla prigione e venne versato sangue su sangue, capì. Capì che era arrivato il momento per essere una buon cittadina, di prendere parte a qualcosa finalmente, di distruggere quel governo che l’aveva ridotta a stracci e a nulla più, togliendole anche la dignità di vivere. Capì che quella non era solo una rivoluzione, ma che sarebbe entrata nella storia come la più grande, fra le tutte.
«Tu, donna!»urlò un uomo, non molto distante da lei, che combatteva con la resistenza. Irène si avvicinò, impaziente di sentire cosa le volesse dire.
«Il generale Hulin» disse, scandendo ogni parola «si trova distante da dove sono io al momento. Guarda, lo puoi già intravedere da qua; di’ un po’» continuò con quel suo tono leggermente strascicato «non potresti dirgli di venire qua?»
«Certamente, signore»
Quel generale Hulin; bell’uomo, di bell’aspetto e belle parole. Doveva riferirgli un messaggio. Proprio lei, la piccola Remi. C’era parecchio sole quella giornata: non una nuvola oscurava quella massa fiammeggiante, così i suoi raggi erano liberi di accecare qualcuno. Sapeva che era dannatamente vicina al generale, ma con quel sole che le oscurava la vista non vedeva quasi nulla, così mise una mano sugli occhi per cercare di scorgere qualcosa. Finalmente lo vide: era davanti a lei, in tutta la sua statura, le dava semplicemente le spalle. Fece per muovere un passo avanti ma qualcosa le arrivò al petto e uscì velocemente così come era entrato: meravigliata abbassò lo sguardo verso il proprio petto e notò il sangue che sgorgava. Ancora sbalordita, si toccò il sangue, prima che una seconda raffica la facesse cadere a terra. Fu in quel momento che il generale Hulin la vide, e si accostò a lei.
«Signore» cominciò, un lieve sussurrò «mi hanno mandata a dirle che la aspettano proprio davanti la Bastiglia».
L’uomo sussultò.
«L’abbiamo presa?» mormorò di rimando, un’espressione che oscillava tra il sorpreso e il felice. Remi accennò ad un sorriso, perché anche respirare adesso iniziava a farle dannatamente male. Il generale si alzò, in fretta e furia, e si diresse verso la Bastiglia, per poi tornare indietro dalla nostra donna.
«Sei stata una buon cittadina» proferì, facendole il saluto militare come se fosse una persona importante. Irène, compiaciuta, volse i suoi occhi al cielo; la brezza estiva che le accarezzava la pelle, i raggi del sole che piacevolmente la scaldavano, e il generale Hulin l’aveva chiamata buon cittadina. Quale miglior modo c’è per andarsene, se non quello di essersi sentita utile per la patria?

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