Una voce che dice ‘pazzo sei tu’

Anno 39 d. C., Baia, Impero Romano.

L’aria è fresca, piacevole. Sa di mare, pizzica il naso. Mi ricorda l’aria di Capri.

E’ una bella giornata. Una giornata perfetta, oserei dire. Esattamente, una giornata perfetta. Non è così? Sì, è così, è così. Se lo penso io, vuol dire che è davvero così.

Una giornata perfetta, decreta l’imperatore.

-Oggi è una giornata perfetta!- urlo alle persone dietro di me con un sorriso da un orecchio all’altro. Tutti rimangono in religioso silenzio.

Perché, perché, perché non sono mai spontanei? Non sorridono mai, questi stupidi!

-Sorridete, ridete!- ordino loro. Rimangono interdetti per un po’, poi vedendo la mia espressione farsi minacciosa si decidono a stentare un sorriso, con le loro bocche brutte, i loro denti marci.

Loro sono puzzolenti, barbuti e il loro potere gira tutto intorno alla loro spada.

Sono un Dio tra loro.

Io quasi brillo.

Sono bello, nel fior degli anni e ho più potere di quanto ne potrebbero mai immaginare: ho il mondo intero nelle mie mani.

Io sono l’imperator, il princeps, non più il “piccolo Calìga”: non più il bambino che gironzolava tra gli accampamenti militari con le scarpe dei legionari, non più quello che si nascondeva dietro le vesti della madre.

Sono più potente di mio padre, più potente di mio zio, più potente di Augusto e più potente di Cesare e oggi lo proverò.

Lo proverò a quello stupido astrologo di Tiberio che diceva che non sarei mai stato un buon imperatore, lo proverò a questi inutili senatori che congiurano in silenzio contro di me, che mi vogliono morto, che mi credono pazzo.

Le loro risatine, appena mi giro, gli appellativi dispregiativi che associano al mio nome, si ripetono nella mia testa in continuazione, si mescolano al pianto di mia madre, le parole di Tiberio e alla voce di mia sorella.

E’ tutto un unico suono.

La vittoria e la sconfitta hanno lo stesso suono.

Pazzo, io?

Io non sono pazzo.

Sono un genio, sono un Dio, sono il solo e il grande.

Non sento il vento, non ho bisogno della luce, niente è passato e futuro per me.

Che ridano pure i senatori, che il popolo si lamenti, che i nemici incombano.

Io sono qui, io ho il trono e loro cos’hanno?

Un gran pugno di niente, niente, niente, niente.

Oggi dovranno arrendersi, dovranno accettare la mia superiorità che lo vogliano o no. L’evidenza della mia grandezza, del mio potere, li sovrasterà, li renderà inermi davanti alla mia figura.

Oggi camminerò sul mare.

Camminerò sul mare usando l’immensa flotta romana come un banale tappeto sul quale poggiare i piedi.

Tutti mi vedranno, dai mozzi barbuti ai ricconi che vivono nelle grandi ville della sponda opposta, quelli che credono di avere Roma in pugno. Roma è mia, il mondo è mio. Loro sono mosche.

Le vesti e la corazza di Alessandro Magno mi vanno a pennello, come se fossero fatte apposta per me, come se Alessandro stesso me le avesse lasciate sapendo di trovare un degno erede in me. Il mio cavallo, Incitatus, è sellato e pronto per accompagnarmi in questa nuova, grande impresa.

Mi vedranno brillare, sul mio cavallo che vale più di quanto varranno mai in vita loro, e non oseranno mai più dire che sono un pazzo.

Le loro voci mi gridano nella testa, si confondono con i rumori e gli odori delle orge, con le risate di Tiberio, con il pianto di mia madre e con i sussurri di mia sorella. Incitatus nitrisce, il pubblico mormora. Sento una voce che dice ‘pazzo sei tu’.

Pazzo, io?

Io non sono un pazzo.

Io sono l’imperatore.

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