“La signora delle Acque”

Tornando a casa notai dei gabbiani sopra la mia testa, intenti a seguirmi in volo lungo il mio tragitto, per poi fermarsi ad attendermi, ad alcuni palazzi di distanza dal mio o svolazzando in tondo.
Da quando facevo parte di quel mondo strano e completamente nuovo avevo ben capito poche cose e tra queste in particolare che i gabbiani fossero dei messaggeri, tramite tra i dominatori dell’acqua e dell’aria.

Li osservai con circospezione, aspettandomi un qualche loro avvertimento. Non arrivò niente, per cui lasciai perdere dopo poco. Infilai le chiavi nella toppa e dopo due giri decisi spinsi la porta ed entrai in casa. Rimasi a bocca aperta, tra il meravigliato e l’impaurito davanti allo spettacolo che mi si presentava agli occhi.
La Signora delle Acque, con la sua bellezza sfolgorante, stava in piedi sul primo gradino della scalinata che portava al mio appartamento.

Era maestosa, meravigliosa, pullulante di magia e mistero. I suoi capelli, lunghi e neri con sfumature bluastre erano come il mare d’inverno; i suoi occhi azzurri e penetranti mi scrutavano con attenzione brillando nella poca luce; le sue vesti, dal verde marino al blu intenso, erano svolazzanti e leggere come spuma di mare che ricadeva sui suoi pallidi piedi nudi.

Di colpo, istintivamente, mi inchinai di fronte a lei, così imponente malgrado il fisico minuto. Mi fece segno di fermarmi con la mano – Te ne prego, giovane Aura, non farlo. Non vedi che siamo pari? Non c’è bisogno che ti inchini a me- disse e la sua voce pareva piacevole quanto lo scroscio debole delle onde basse sugli scogli irti.

-Ma, mia signora, io…- tentai di ribattere, ma invano. Lei mi fece segno di guardarmi nella mia interezza. Feci come detto e notai quanto il mio abbigliamento attuale fosse diverso da quello indossato poco prima. Al posto degli stivali portavo sandali bianchi di legno usurato dalla salsedine, invece dei jeans e la maglia avevo un grande e fluttuante abito di lino bianco con maniche larghe e scollatura ampia, chiuso in vita da una cinta sottile argentata.

Portai dunque le mani ai capelli e ne osservai le punte. Come pensavo, erano bianchi anch’essi, liscissimi e lunghi fino al mento. Avevo ripreso la mia forma originale e sentivo già la forza del vento fluire nelle vene.

La guardai adorante, con un sorriso infinito e lei mi sorrise materna – Spero ti piacciano i sandali! Sono un mio dono per perdonare il disturbo di quest’irruzione improvvisa.-

Aprii la bocca per lo stupore, guardandomi i piedi come se fossero i gioielli più brillanti della terra. Un dono della Signora delle Acque! A quanti capitavano fortune simili?

-Un dono vostro? Mia Signora, si! Mi piacciono moltissimo! Sono bellissimi, li trovo stupendi! E si figuri: lei disturbare? Sono piuttosto io un disturbo se è tanto indispensabile la sua presenza qui, in questo posto, nella mia casa tra gli umani.- piegai la testa, cercando di fare una riverenza il più sussiegosa possibile, ma fui fermata ancora da un suo gesto affabile.

-Mia giovane cara amica, ho messaggi e istruzioni molto importanti e di conseguenza, altrettanto riservati, esclusivamente per te. Con mio rammarico, non posso parlartene ora, non in mezzo agli umani. Per cui ti chiedo di attendermi, dopo il prossimo calar della Luna nel mio regno, nel posto dove acque e terre emerse si incontrano e si fondono.- calò appena la testa, in segno di riconoscimento per la mia attenzione e fece per andarsene.
-Mia Signora, attenda, la prego!- si girò poco prima di attraversare la porta e mi rivolse uno sguardo indagatore, in attesa di una domanda.

-Volevo chiederle, se mi è concesso sapere, per quale motivo è venuta lei stessa e non ha invece mandato un suo messaggero.-

Rimase un po’ interdetta prima di accennare un piccolo sorriso e sussurrare, più a se stessa che a me, un docile – Mi sei sempre tanto piaciuta, giovane Aura- mi si avvicinò, poggiandomi una mano squamosa dietro al capo e stringendomi appena al suo petto, infilando il viso tra i miei capelli e annusandomi piano, inspirando l’aria pulita e fresca che emanavo naturalmente. Sospirò prima di lasciarmi andare dicendomi – Volevo vederti, piccolo soffio di vento. Volevo semplicemente vederti.-

Chiusi gli occhi, godendomi l’armoniosità della sua voce, così melodiosa e così dolce. ‘Piccolo soffio di vento’, quella musica espressa dalle sue labbra bluastre era tutta per me, unicamente per me. Quello era un dono ben superiore ai sandali bianchi, paragonabile solo all’onore della sua presenza.

Quando riaprii gli occhi, lei non c’era più.

La mattina dopo ero già alla scogliera, zaino in spalla e speranze nel cuore. Presto avrei rivisto la Signora delle Acque e avrei ricevuto informazioni a me riservate. Forse era qualcosa di burocratico, qualcosa di talmente tanto speciale da non poter essere udito da orecchie estranee. Magari il Consiglio degli Elementi aveva deciso di farmi dirigere la Congrega dell’Aria o forse, addirittura di farmi entrare nel Consiglio stesso!
Io, nel consiglio! Io, giovane e quasi inesperta dominatrice dei venti, nata e cresciuta tra gli umani, avrei avuto l’onore di stare al tavolo con le figure più importanti di tutto il regno e ovviamente con la meravigliosa Signora delle Acque.

Mi diressi verso la roccia più sporgente sul mare, mi ci sedetti sopra incrociando le gambe ed attesi. Le prime due ore passarono lentamente con il susseguirsi dei pescatori sulla baia a pochi metri dalla mia roccia. Iniziai a giocherellare con il venticello fresco che tirava cambiando il corso delle onde, facendole infrangere con velocità elevate e facendole tornare indietro con lentezza esasperante. Creai disegni sul pelo dell’acqua e diedi vita a vortici e mulinelli, esercitando i miei poteri sul vento.

La signora non si faceva ancora vedere. Intanto dietro di me i pescatori sbatacchiavano i loro secchi vuoti sulle prue delle barchette, svuotando l’interno dall’acqua entrata durante la traversata. Forse era a causa loro se la Signora tardava ad arrivare! Non voleva farsi vedere da quei bifolchi degli umani, non voleva mostrarsi ai loro occhi poco abituati alla bellezza e non voleva far udire il dolce canto della sua voce a quelle orecchie screpolate e incapaci di apprezzare la musica. All’improvviso cominciai a odiare quei pescatori, ai miei occhi simili a bestie panciute e rozze che mi trattenevano dal conoscere il mio destino.
Lanciai occhiate sprezzanti a ognuno di loro per tutto il giorno in attesa della loro dipartita da quel luogo sacro.

Un mozzo maleodorante, mi si avvicinò calcandosi il cappello di lana sulla testa – Che aspetti ragazzina?-.

Ragazzina a me? Io ‘piccolo soffio di vento’ tanto amata e diletta dalla Signora delle Acque! Trattenni il ringhio che stavo per emettere tentando di calmarmi. Quello zotico non poteva saper nulla di ciò. Per lui ero semplicemente una delle tante ragazzette con i capelli tinti che andavano ad aspettare sul molo i loro fidanzati.

-Aspetto- risposi risoluta guardando altrove, fissando lo sguardo all’orizzonte.

-Come vuoi- biascicò il mozzo tornando dai suoi compagni.

Rimasi così tutto il giorno, senza concedermi nemmeno il piccolo spuntino che mi ero portata nello zaino. Smisi persino di giocare con il venticello e le correnti d’acqua, troppo concentrata nell’attendere la mia Signora. I pescatori e i marinai pranzarono rozzamente, chiacchierando ad alta voce e osservandomi come un animale strano, da zoo.

Grossi nuvoloni grigi iniziarono a occupare l’orizzonte e pian piano la sera lanciò i primi messaggi del suo arrivo. Il vento si fece più freddo e l’oscurità più fitta man mano che le lanterne andavano accendendosi. Gli uomini dietro di me legavano le barche al molo, mettendo al sicuro il pescato del giorno e cominciando a pregustare la cena calda che li attendeva a casa.

-Figliola, ti conviene tornartene a casa. Sta per arrivare un temporale!- mi si avvicinò nuovamente il mozzo ma stavolta mi parlò con voce premurosa, quasi paterna, rigirandosi il berretto di lana tra le mani e rivolgendomi sguardi preoccupati.

-Sto bene- gli risposi, meno acida. Il mozzo sospirò lasciandomi una lanterna vicina e raggiungendo gli altri verso la via di casa. Ero sola e finalmente appena i pescatori avrebbero lasciato la scogliera, la Signora sarebbe arrivata e mi avrebbe annunciato le meraviglie del mio futuro. Mi misi più dritta passandomi una mano tra i capelli sottili e respirando intensamente, trepidante.

Osservai ogni singolo movimento più brusco delle onde, pronta a vedere la Signora sbucare dal mare nella sua luce brillante capace di rischiarare spazi infiniti. Ma non spuntò nulla, se non la pioggia, prima leggera e quasi piacevole e poi fitta e fastidiosa. Persino il vento divenne indomabile per le mie scarse arti. Non sapevo ancora gestire le tempeste.  Come potevo allora sperare di essere scelta per entrare a far parte del Consiglio, io piccola e inesperta? Rimasi comunque tutta la notte sotto il temporale e giurai a me stessa che non mi sarei mossa di un centimetro.

-Mia Signora vi aspetto! Vi aspetterò fino alla fine dei miei giorni!- urlai nella notte mentre un fulmine attraversava il cielo nero, conficcandosi nelle onde.

Attesi così per giorni. Smisi di tenere il conto delle ore e lasciai che la mia attesa fosse scandita dalla fioca luce del giorno, accompagnata dalla presenza dei pescatori, e dalla notte buia, fredda e tempestosa. I miei capelli lucenti erano ormai crespi e irti sul capo, la mia veste bianca era zuppa e irrecuperabile ma ormai sembrava che la mia intera esistenza fosse basata su quell’attesa. Non mangiavo, non dormivo, non giocavo col vento e quasi non pensavo. Ero costantemente concentrata nell’attendere.

Una mattina di chissà quanti giorni dopo il mio arrivo su quella roccia, prima ancora della venuta giornaliera dei pescatori, qualcosa spuntò dalle acque. Mi svegliai dal torpore in cui mi ero chiusa e spalancai gli occhi con ogni fibra del mio corpo pronta a ricevere la Signora.

Rimasi delusa: dalle onde calme e basse delle prime luci del giorno sbucava fuori un essere dalle fattezze di un uomo ma chiaramente non umane. Aveva la pelle verdastra, i capelli fatti d’alghe e schiacciati sulla fronte, gli occhi verde acqua e le dita palmate. Mi si avvicino riverente, inginocchiandosi.

– Giovane Aura, sono il Consigliere della Signora delle Acque e sono venuto a portarvi un messaggio- gli feci segno di andare avanti.

– Mi dispiace annunciarvi che la nostra Signora è morta stanotte, unendosi ai fondali marini.- lo guardai quasi schifata, come se stesse dicendo la peggiore delle menzogne.

-Ma aveva un messaggio per me!- biascicai, quasi incapaci di parlare dopo tanto mutismo.

-Non vi era alcun messaggio: era solo una scusa. Voi non sapete che la Signora era prossima al decesso ormai da molto tempo e i membri del Consiglio attendevano la sua morte con avidità e morbosità per impossessarsi del suo ruolo come Capo del Consiglio.- sussurrò con tono di scuse.

-E allora perché farmi attendere? Per cosa?- domandai con la voce strozzata dalle lacrime che spingevano forti per usciere dagli occhi e riversarsi come un fiume in piena.

-Credo, giovane Aura, che la Signora, avendo talmente tanta gente ad attendere con fervore per la sua morte, volesse almeno una persona che attendesse per la sua vita-

In quel momento realizzai il perché di tutto quel tempo, il perché delle sue parole, del suo abbraccio e delle sue risposte enigmatiche. Scoppiai a piangere e corsi via, lasciando il messaggero sulla scogliera.
Mi sentivo indignata, usata e quasi arrabbiata con quella donna che tanto ammiravo e a cui mi ero terribilmente affezionata. Raggiunta casa mi gettai a capofitto nella mia stanza strappandomi i vestiti di dosso e togliendomi furiosamente i sandali.

Ne lanciai uno con tutta la forza che avevo e questo si spezzò a metà, a contatto con l’armadio, rivelando un foglio nascosto nella suola. Tra i singhiozzi lo afferrai disperata e lo lessi con voce tremante.

-“Grazie per avermi attesa, piccolo soffio di vento”.-

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Lacca per capelli, diritti civili, amore, taglie forti, canto e ballo. In una parola: Rivoluzione

Ho l’onore di inaugurare la nuova rubrica di Telemachia, Theatralia, con un soggetto forte, ampio ed interessante come la rivoluzione.

Pensando a quale opera teatrale trattare, la mia mente è volata senza colpo ferire ai musical, mia grande passione, ma si è soffermata davanti ai numerosi titoli possibili. In un primo momento mi sono detta “Les Miserables!” Perché no? In fondo è un’opera che ci dà ampi esempi di rivoluzione, nel senso bellico del termine, con un grande impatto sul pubblico e da poco ripresentata nella trasposizione cinematografica di successo mondiale. Al che mi sono chiesta, “voglio parlare di un musical sulla rivoluzione, o un musical rivoluzionario?” e qua la musica è realmente cambiata.
Mi si sono presentate due possibilità, la prima “Jesus Christ Superstar”, il mio preferito, definito il “musical della rivoluzione”, il più surreale e anti-convenzionale mai scritto e portato in scena; il secondo “Hairspray”.
In quel momento avevo già scelto. Mi era venuta in mente una volta in cui, parlando con un’insegnante di recitazione sulla scelta di uno spettacolo da fare, io proposi “Hairspray”. L’insegnante rispose così: “Hairspray non ha alcun messaggio per il pubblico; ha solo canzonette carine, bei vestiti e una trama banale.”
(Se volete sapere come andò a finire: lei scelse “Aggiungi un posto a tavola” e lo spettacolo fu un fiasco).
Io ci rimasi malissimo e solo qualche anno dopo capii che avrei dovuto risponderle. Così come si fa dopo una discussione in cui non si è avuta l’ultima parola, mi misi a riflettere su come avrei potuto smentire la grande stupidaggine che aveva detto su Hairspray.
Quest’articolo è la mia occasione, la mia risposta, il mio modo per dire quanto questo musical sia esattamente il contrario di ciò che lei disse quella volta.
Hairpray non è solo un musical divertente, originale e attuale, è la rivoluzione silenziosa che borbotta, mugugna, macina, macina, macina, finché non esplode; è Tracy, la nostra protagonista tanto talentuosa quanto in carne, che ti afferra per mano e ti trascina a ballare con sé; è la camminata di protesta per l’integrazione dei neri, il Negro Day, i diritti per le coppie interraziali. Le tematiche affrontate non sono mai scontate o banali, non nascoste tra le righe, ma sempre ben esposte al pubblico e trattate con una leggerezza piacevole e divertente in modo da lasciare un segno in chiunque nel pubblico. I personaggi sono uno migliore dell’altro, ognuno con la propria evoluzione e rivoluzione personale: Tracy che ha il coraggio di inseguire il suo sogno rimanendo sempre sé stessa; sua madre Edna che ritrova l’autostima persa nel confronto con l’immagine di donna perfetta offerta dai media, che la porta a non uscire di casa per anni; Penny, la migliore amica di Tracy, che da stupidina alla mercé della madre puritana, sfida i pregiudizi razziali degli anni ’60 per mettersi con Seaweed, un afroamericano; Link, il ragazzo cool, superficiale, interessato solo alle belle ragazze e al successo si innamora di Tracy dopo aver imparato a vedere le persone per quello che sono e dopo aver capito che anche grasso è bello.
Hairspray è da guardare, riguardare, cantare e ballare ma soprattutto è un musical da cui imparare. Che preferiate la versione teatrale, la trasposizione cinematografica di Waters o quella più moderna di Shankman, resterete sempre soddisfatti. I cast sono sempre eccezionali, le voci uniche e le coreografie impeccabili.
Non c’è un capello fuori posto!

“The Truman Show” – L’uomo vero, l’uomo libero

Cinquemila telecamere che osservano ogni tuo movimento, ogni respiro, ogni battito di ciglia. Milioni di tecnici ed esperti che regolano la tua vita, che controllano le tue azioni, i tuoi spostamenti, i tuoi rapporti con gli altri.
Miliardi di persone in tutto il mondo che ti osservano, 24 ore su 24, ti conoscono dalla nascita e si emozionano guardandoti.

E tu ne sei completamente all’oscuro.

Questa è la vita di Truman Burbank.

Truman, (il True Man , ovvero l’uomo vero) da 30 anni si sveglia ogni mattina e svolge la sua vita regolarmente ignaro del fatto che attorno a lui tutto è finto, dalla sua città utopica, il suo lavoro, alle persone che vi abitano. Tutto è un enorme studio televisivo e chiunque è solamente un attore, una comparsa del grande Truman Show, un Grande Fratello che lo segue da quando è nato, dal suo primo vagito; tutto sotto il controllo del grande regista/burattinaio Christof (anche qui il nome non è per nulla casuale in quanto scelto per il forte riferimento a Cristo).

Sembra andare tutto relativamente bene fin quando Truman non inizia ad accorgersi di piccole stranezze all’interno della sua città e lentamente riesce a capire che qualcosa non va. Dall’alto, tentano in tutti i modi di sviare i  suoi dubbi, riparare ai piccoli danni creati dagli infiltrati nel set che provano a rivelare a Truman la verità, ma alla fine Truman non può far a meno di capire tutto.

Il problema non sta però nell’aver compreso la propria realtà, lascia intendere Christof, poiché probabilmente nel subconscio di Truman la verità già balenava, ma nel suo desiderio di liberarsi e fuggire.

Christof confida nella possibilità, per lui altamente verificabile, che il desiderio che ha Truman di fuggire sia solo una vaga aspirazione e che lui non sia assolutamente determinato a scoprire la verità. Egli è dunque libero di andare via poiché non ci sarebbe modo di fermarlo ma lui, agli occhi del suo creatore, preferisce la sua cella dorata.

Ma Truman alla fine rivendica la sua liberà: decide di fuggire definitivamente dal suo mondo finto, passando per l’unica via che potrebbe portalo più lontano possibile, la stessa che lo spaventa e lo terrorizza dall’infanzia, il mare. Comprendendo che la fobia dell’acqua da lui sviluppata sia anch’essa una finzione come tutto il resto, interamente manipolata dall’esterno, parte e agli occhi del pubblico non è semplicemente un uomo che fugge dalla sua torre d’avorio, ma è anche un Ulisse che sfida il mare in tempesta fino ad arrivare alle sue colonne d’Ercole, i limiti in cartapesta e ridipinti del suo mondo.

È qui che il suo Creatore decide di parlargli, per la prima volta, con dolci e delicati modi da padre affettuoso quale è , in un certo senso, tentando di convincerlo a restare. Ma Truman è un uomo libero, ormai, in tutti i sensi poiché ha compreso che la sua ragione non può essere manipolata, e malgrado Christoff continui a convincerlo a restare propinandogli immagini di un mondo orribile al di fuori del suo piccolo Eden, ma come scrive Andrea Mondo nel suo saggio per la scuola della Diocesi di Roma “SeaHaven è un mondo ‘perfetto’ e ‘ideale’ rispetto a quello reale, così fragile, faticoso e corrotto; ma è appunto ‘perfectus’, nel senso di ‘finito’, in altre parole,morto”, egli non può far a meno di uscirne e vivere.

È un gran film, con infiniti riferimenti a varie scuole di pensiero filosofiche, numerose dottrine e un forte collegamento con la religione, tutti spunti di riflessioni, dibattiti ed è soprattutto analizzabile sotto più punti di vista, mai banali.

Truman è interpretato dal geniale Jim Carrey, un attore eccezionale che dà vita ad ogni sfumatura caratteriale del suo personaggio e incarna alla perfezione ogni ideale ad esso attribuito, un vero e proprio tocco di classe.

Un film sulla Libertà, sulla verità e sulla sete di Infinito.

“Come meditare” Jack Kerouac

Immaginate la scena.
Musica jazz in sottofondo, una sigaretta che brucia lenta fino a consumarsi, il fumo dei sigari che brucia gli occhi, il sapore dell’ultimo whisky ancora sulle labbra e il tipico mal di testa da sbronza che offusca la mente.
E al tavolino c’è Ti John, Jack Duluoz, Jean-Louis, o semplicemente Jack; comunque lo vogliate chiamare lui è sempre lui, il padre della beat generation, dalla prosa spontanea dallo stile ritmato e immediato.
Lui è Kerouac.
E seduto a quel tavolino sta scribacchiando s’un tovagliolo. Scrive una poesia.

– luci spente – 
autunno, mani strette, in istantanea 
estasi come una pera di eroina o morfina. 
la ghiandola nel mio cervello secernente 
il buon fluido felice (Fluido Santo) allorché 
mi ah-bbasso e tengo ogni parte del corpo 
giù in trance da puntomorto – Sanando 
ogni mio male – tutto cancellando – neppure 
resta il brandello di uno «spero-che-tu» o una 
Bolla di Pazzia, ma la mente 
libera, serena, spensierata. “Quando arriva 
un pensiero spuntando da lontano con la sua 
esibita figura d’immagine, lo freghi, 
lo sfreghi via, lo smonti e si fa 
smunto, e il pensiero non viene – e 
con gioia comprendi per la prima volta 
«Pensare è proprio come non pensare – 
Perciò non devo pensare 
mai 
più».

La poesia si intitola “Come meditare”.
L’ho scelta perché sono molto legata a Kerouac e sono affascinata dal suo stile e dalla forza nelle sue parole, dai suoi versi fuori dagli schemi e dalle regole, un po’ come lui che non riesce a trovare il suo posto nel mondo e rifugge dall’utopica (e vana) speranza del sogno americano, che cerca nella droga, nell’alcohol, in Dio e nei suoi viaggi, il vero sé stesso fuori dalle convenzioni sociali.

“In the world through which I travel, I’m endlessly creating myself” -Frantz Fanon

Vi è mai venuta la voglia di saltare in macchina e scappare? Di prendere il primo treno per la destinazione più improbabile? Di comprare, all’ultimo minuto, l’ultimo biglietto aereo per il posto più lontano che ci sia?

A me sì.

Per questo mi trovo qui, in questo esatto momento in questo esatto posto, di cui non conosco il nome né tantomeno lo Stato di appartenenza.
Sono come Sal, di On The Road, viaggio ininterrottamente e da quando sono partita non mi sono più fermata. Non so se mi fermerò mai.

“Stai scappando da qualcosa” mi ha detto mia madre al telefono l’altro giorno.

“Può darsi” le ho risposto.

Il punto è che non so nemmeno da cosa sto ipoteticamente scappando. Non da grandi responsabilità, non da guai, non da debiti, non da delusioni.
Io sto scappando.
Sola, senza quasi un soldo, con la fodera della mia chitarra scordata come unico bagaglio e un paio di occhiali da sole che non servono a un cazzo.
Sono stata ovunque. Ad Istanbul, a girovagare tra le spezie colorate e con il foulard sul viso nella Moschea Blu; a Nuova Delhi con un sari coloratissimo non mio, al Khan Market e poi a fare il bagno nel Gange; in Oman sul lungomare di Muscat; a Bangkok a vedere il Buddha di smeraldo del palazzo reale; in Messico sotto il sole cocente, immersa nei colori caldi del paesaggio; in Tanzania per attraversare il deserto insieme ai Masai; in Kosovo per soggiornare presso le comunità Rom e mille altri posti.
Ho visto di tutto, ho vissuto di tutto e ancora mi stupisco di quanto ci sia da vedere e da fare. Il mondo non è piccolo. È immenso.
Come una torta gigante, io ne voglio mangiare ogni fetta e pulire il piatto, a qualsiasi costo.
Per questo io mi muovo, alla continua ricerca di Bellezza e Meraviglia, di colori e sapori nuovi, di persone che mi sappiano stupire raccontandomi la loro storia.
Voglio essere Sal, di On The Road, sballottato da un mezzo all’altro, accompagnato dalla gente più stramba e sempre a vivere le esperienze più frenetiche e incredibili.

“Eri una giovane così promettente. Stai buttando il tuo futuro” sempre mamma, al telefono borbottando e lamentandosi della mia scelta di fuggire.

Ma no, mamma. Io mi sto appropriando del mio futuro ma soprattutto, cosa più importante, mi sto appropriando del mio presente. Ed è quello che voglio ed ho sempre voluto.
Non serve a nulla sognare, sognare, sognare e sperare che un giorno tutto diventi come desideri. Devi smuovere il culo o il tuo presente sarà solo una lunga attesa che non porterà mai a niente.

“Se non avessi mai conosciuto Grant… forse, forse saresti ancora qua con me e tuo padre. Magari staresti prendendo una laurea.”

E ancora qui ti sbagli, mammina cara. Perché Grant in questa storia, nella mia storia, è stato assolutamente marginale.
Tu credi che sia stato lui a convincermi a scappare, perché lui era il tipo con la giacca di pelle e la sigaretta sempre in bocca mentre io ero la tipica ‘camicia e pullover’, occhiali e libro di scuola; ma sono stata io.
Sono stata io quella notte, sul tetto di casa nostra, mentre guardavamo le stelle fumandoci una canna, a dire “Partiamo”.
Ricordo che lui rise rispondendomi “Si, e dove?”
Io scrollai le spalle e feci una faccia seria “Ovunque.”
Lui rise ancora, forse per la marijuana o forse perché la mia risposta gli sembrava davvero ridicola.
Così io mi alzai tirandolo con me e indicando il nostro maggiolino giallo parcheggiato nel vialetto di casa ripetei “Partiamo. E lei viene con noi”.
Da quel momento, non era più un’ipotesi strampalata, un’idea avuta sotto gli effetti della droga, una stronzata detta tanto per dire.

Era una certezza.
Noi saremmo partiti.
No, non partiti. Scappati. Quella notte stessa.

Voi, tu e papà, dormivate, dunque non avete sentito il casino che abbiamo fatto mentre riempivamo le valigie. Stipammo di tutto in due bagagli, rubammo i soldi dalla nostra cassaforte poi io presi le chiavi del maggiolino dal tavolo ad angolo nell’ingresso.
In un’oretta scarsa, avevamo messo in moto la macchina ed eravamo già in marcia verso il Messico. Chissà perché scegliemmo proprio il Messico come prima destinazione. Forse perché era il primo posto fuori dagli Stati Uniti che potessimo raggiungere con la macchina.

E ancora penserai, mamma, che io ti stia mentendo e che Grant con la scusa di una fuga d’amore mi abbia persuaso a partire con lui.
E allora questo è il momento migliore per rivelarlo, una volta per tutte.
Gli ho chiesto di fuggire con me solo per abbandonarlo.
Non vedevo l’ora. Morivo dalla voglia di lasciarlo in tredici, nel cuore della notte, magari in un sudicio motel di un qualche paesino sperduto.
Perché una cosa tanto crudele? Perché abbandonandolo gli avrei fatto capire chi ero veramente.
Lui credeva di essere la mia ancora, che io dipendessi completamente da lui e che gli fossi eternamente devota, solo perché mi aveva ‘salvata’ dalla noia mortale della nostra città, facendomi prima compagnia sporadicamente per poi diventare più che un amico.
Ma ognuno deve essere l’ancora di sé stesso. Lui non può essere la mia e io non posso essere la sua.
Quando scappai da lui in Cile, lasciandogli persino il maggiolino, mi sentii una persona nuova.

Ero una persona nuova.
Ero finalmente me stessa.
La muta era terminata e la pelle liscia e nuova di zecca mi stava a pennello. Mi sentivo bene, ancora più libera di prima, più libera che mai.

La vera avventura era appena cominciata e la mia vita stava prendendo la svolta decisiva. Senza lui tra i piedi, senza il maggiolino, non avevo più alcun collegamento con casa.
Feci l’autostop fino in Colombia e da lì non smisi più.

Oggi sono in qualche posto tra il Myanmar e il Laos, dormo a casa di una famiglia per la quale mi offro di fare le pulizie e insegnare qualcosa ai bambini in cambio di una brandina. Forse domani chiederò in giro un passaggio per andare in qualche altro posto. Un’altra città, un altro stato. Ovunque mi va bene, ovunque è perfetto.

Per questo mamma voglio dirti che non sto sprecando il mio futuro.

Preferisco conoscere le storie di mamme che fanno chilometri e chilometri per dare dell’acqua ai loro bambini, piuttosto che studiare economia all’Università; preferisco giocare a calcio con i bambini delle baraccopoli di Mumbai piuttosto che partecipare a quelle stupide gare di ginnastica artistica che mi facevi fare; preferisco camminare scalza, indossare abiti usati piuttosto che sbandierare delle stupide apparenze ostentando un’agiatezza che sfocia nell’opulenza con gli abiti firmati che non valgono niente.

Voglio essere libera, nell’eterno “confine tra l’Est della mia giovinezza e l’Ovest del mio futuro”.

Voglio avere in mano il mio presente.

Voglio viaggiare.

Una voce che dice ‘pazzo sei tu’

Anno 39 d. C., Baia, Impero Romano.

L’aria è fresca, piacevole. Sa di mare, pizzica il naso. Mi ricorda l’aria di Capri.

E’ una bella giornata. Una giornata perfetta, oserei dire. Esattamente, una giornata perfetta. Non è così? Sì, è così, è così. Se lo penso io, vuol dire che è davvero così.

Una giornata perfetta, decreta l’imperatore.

-Oggi è una giornata perfetta!- urlo alle persone dietro di me con un sorriso da un orecchio all’altro. Tutti rimangono in religioso silenzio.

Perché, perché, perché non sono mai spontanei? Non sorridono mai, questi stupidi!

-Sorridete, ridete!- ordino loro. Rimangono interdetti per un po’, poi vedendo la mia espressione farsi minacciosa si decidono a stentare un sorriso, con le loro bocche brutte, i loro denti marci.

Loro sono puzzolenti, barbuti e il loro potere gira tutto intorno alla loro spada.

Sono un Dio tra loro.

Io quasi brillo.

Sono bello, nel fior degli anni e ho più potere di quanto ne potrebbero mai immaginare: ho il mondo intero nelle mie mani.

Io sono l’imperator, il princeps, non più il “piccolo Calìga”: non più il bambino che gironzolava tra gli accampamenti militari con le scarpe dei legionari, non più quello che si nascondeva dietro le vesti della madre.

Sono più potente di mio padre, più potente di mio zio, più potente di Augusto e più potente di Cesare e oggi lo proverò.

Lo proverò a quello stupido astrologo di Tiberio che diceva che non sarei mai stato un buon imperatore, lo proverò a questi inutili senatori che congiurano in silenzio contro di me, che mi vogliono morto, che mi credono pazzo.

Le loro risatine, appena mi giro, gli appellativi dispregiativi che associano al mio nome, si ripetono nella mia testa in continuazione, si mescolano al pianto di mia madre, le parole di Tiberio e alla voce di mia sorella.

E’ tutto un unico suono.

La vittoria e la sconfitta hanno lo stesso suono.

Pazzo, io?

Io non sono pazzo.

Sono un genio, sono un Dio, sono il solo e il grande.

Non sento il vento, non ho bisogno della luce, niente è passato e futuro per me.

Che ridano pure i senatori, che il popolo si lamenti, che i nemici incombano.

Io sono qui, io ho il trono e loro cos’hanno?

Un gran pugno di niente, niente, niente, niente.

Oggi dovranno arrendersi, dovranno accettare la mia superiorità che lo vogliano o no. L’evidenza della mia grandezza, del mio potere, li sovrasterà, li renderà inermi davanti alla mia figura.

Oggi camminerò sul mare.

Camminerò sul mare usando l’immensa flotta romana come un banale tappeto sul quale poggiare i piedi.

Tutti mi vedranno, dai mozzi barbuti ai ricconi che vivono nelle grandi ville della sponda opposta, quelli che credono di avere Roma in pugno. Roma è mia, il mondo è mio. Loro sono mosche.

Le vesti e la corazza di Alessandro Magno mi vanno a pennello, come se fossero fatte apposta per me, come se Alessandro stesso me le avesse lasciate sapendo di trovare un degno erede in me. Il mio cavallo, Incitatus, è sellato e pronto per accompagnarmi in questa nuova, grande impresa.

Mi vedranno brillare, sul mio cavallo che vale più di quanto varranno mai in vita loro, e non oseranno mai più dire che sono un pazzo.

Le loro voci mi gridano nella testa, si confondono con i rumori e gli odori delle orge, con le risate di Tiberio, con il pianto di mia madre e con i sussurri di mia sorella. Incitatus nitrisce, il pubblico mormora. Sento una voce che dice ‘pazzo sei tu’.

Pazzo, io?

Io non sono un pazzo.

Io sono l’imperatore.

Amore e cioccolato

Non si può non parlare di lui, si proprio lui, il protagonista indiscusso della famosissima festa romantica festeggiata in tutto il mondo. Mi riferisco al regalo più usato, più gradito, più sfruttato e più gustoso di ogni San Valentino: il cioccolato!

Sin dal remoto passato si usava regalare questo meraviglioso dolciume perché considerato prezioso (ai tempi era raro da trovare dato che arrivava dalle lontane terre dell’America del Sud, dunque molto costoso). Veniva addirittura visto come oggetto magico: un filtro d’amore eccezionale per giurarsi eterna fedeltà con la propria dolce metà.

Ancora oggi è il migliore amico del fidanzato che all’ultimo minuto deve comprare un regalo alla sua ragazza e il perfetto dessert per ogni cenetta romantica a lume di candela, ma quello che forse non sapevate è che è anche il miglior compagno per qualunque single!

Ebbene sì, il cioccolato non fa soltanto da ‘contorno’ all’amore, ma ne è anche un degno sostituto. Mangiando il cioccolato si stimola la feniletilamina, la stessa sostanza che produce il nostro cervello quando siamo innamorati. Inoltre si può considerare un vero e proprio cibo di conforto che attenua la tristezza e rende più felici.

E’ stato tutto scientificamente testato dai ricercatori dell’università Belga di Lovanio guidati da Lukas Van Oudenhove, che hanno somministrato ad un gruppo di persone  delle sostanze ricche di acidi grassi o una soluzione salina e le hanno esposte a suoni o immagini che potevano richiamare diverse emozioni: amore, amicizia, tristezza, ansia, solitudine, depressione, simpatia ed altre.

Hanno studiato le attività del cervello con una risonanza magnetica funzionale e grazie a questo esame sono riusciti ad identificare quali aree del cervello si attivano maggiormente in presenza di una sensazione di tristezza ed hanno osservato che nei soggetti che avevano assunto la soluzione grassa la tristezza si riduceva del 50% rispetto a quelli che avevano assunto quella salina. L’emulsione di acidi grassi, precisa lo studioso belga, influenza i cambiamenti neuronali e attiva o inibisce l’attività di alcune aree del cervello.

In più, possiamo affermare con certezza che il cioccolato contiene numerosi antiossidanti che rafforzano il sistema immunitario e riducono il rischio di alcuni tipi di cancro. Altre sostanze contenute nel cacao proteggono i denti dalla formazione della carie. Il cioccolato è utile per la circolazione, la digestione e, beninteso, per la nostra psiche.

Dunque, single di ogni dove, non preoccupatevi se non avete trovato un Valentino per questo 14 Febbraio. Intraprendete, seguendo l’esempio della mitica Bridget Jones, una magnifica “relazione con due uomini contemporaneamente: Ciocco e Lato”.