Zang – tumb- zang –tuuum- tumb

Zang – tumb- zang –tuuum- tumb

Noi vogliamo cantar l’amore del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerarietà.

Pic pim tuumb

Il coraggio, l’audacia, la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia. Vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno.

Taratatatata

Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.

[Manifesto Futurista, 20 febbraio 1920, Tommaso Marinetti]

 

 

Scoppiettanti come il motore di una vecchia automobile, esplosivi come una dinamite, ingenuamente convinti di cambiare il mondo come un qualsiasi quattordicenne in crisi: ecco i Futuristi. In qualità di prima avanguardia storica, venerano il culto dell’azione violenta ed esasperata respingendo ogni forma esistente di organizzazione politica e sociale, come il socialismo, il femminismo, il parlamentarismo, nel nome di un individualismo assoluto che si serve della guerra intesa come “sola igiene del mondo”. Completamente disinteressati alla dimensione psicologica, i Futuristi si pongono in netto contrasto alle sensibilità romantiche e decadenti (come emerge dai manifesti “Uccidiamo il chiaro di luna!” o “Contro Venezia Passatista”), venerando spasmodicamente la macchina, emblema di velocità e “prolungamento” della forza dell’uomo. Così i Futuristi si propongono di rompere totalmente con la tradizione e creare un mondo globale nuovo: astratto, dinamico, coloratissimo, luminosissimo, autonomo, rumoreggiante, scoppiettante. Dunque il movimento è campo di ricerca privilegiato dalla pittura e dalla scultura (guardate l’omino sulla moneta da 20 centesimi!), esso però viene inteso in modo opposto rispetto al Cubismo: laddove infatti il movimento era quello compiuto attorno alle cose e il tempo era lento e riflessivo, qui diviene quello della realtà frenetica che si muove attorno a noi. Nel “Manifesto dei pittori futuristi”si legge infatti: “I pittori ci hanno sempre mostrato cose e persone poste davanti a noi. Noi porremo lo spettatore nel centro del quadro”.

Il fenomeno del futurismo è una reazione necessaria a una tradizione artistica italiana troppo legata a canoni precedenti ed assai arretrata; mentre in Francia spopolavano Cubismo e i Fauves, in Italia si era ancora fermi al Divisionismo (n.d.a capre, pascoli, contadini…). Il passato, specie in Italia, era divenuto un vincolo dal quale sembrava impossibile affrancarsi. Oltre ciò, la tarda cultura ottocentesca si era anche caratterizzata per quel decadentismo che proponeva un’arte fatta di estasi intese come fuga dalla realtà nel mondo dei sogni. Contro tutto questo insorse il futurismo, cercando un’arte che esprimesse vitalità e ottimismo per costruire un mondo nuovo basato su una nuova estetica. L’adesione al futurismo coinvolse molte delle giovani leve di artisti, tra cui numerosi pittori, che crearono nel giro di pochi anni una modalità espressiva chiara e precisa. Tra essi figurano Giacomo Balla, Carlo Carrà e Umberto Boccioni. Interpreti dell’ entusiasmo per un futuro in grado di trionfare radicalmente sul passato e di una umanità che sogna un avvenire folgorante senza sapere che crogiolo terribile ne sarà fra poco la guerra di trincea (dove lo stesso Boccioni troverà la morte). Una sua opera rappresentativa è “La città che sale”. Protagonista del grande dipinto è un turbinoso affollarsi di cavalli e di uomini sullo sfondo di alti edifici in costruzione emblemi della grande metropoli industrializzata (Boccioni nei suoi diari scriveva: “Voglio dipingere il nuovo, il frutto del nostro tempo industriale”). In una tale atmosfera dinamica e febbricitante i movimenti vengono esasperati e ulteriormente evidenziati dall’impiego della tecnica divisionista che scompone appunto le pennellate di colore. Tuttavia con “La città che sale” Boccioni segna un passo decisivo : il suo obiettivo è andare oltre la pura raffigurazione degli oggetti, per approdare a un livello ancora più alto di comunicazione, quello dell’espressione diretta di una sensazione.
Il dinamismo, così, non è  semplice descrizione fenomenica, ma una sensazione visiva e uno stato d’animo. La compenetrazione degli elementi visivi e della costruzione dell’opera, basata sulle linee di forza, determina l’unità spaziale tra oggetto e ambiente e rappresenta anche il risultato delle riflessioni sul tema dello spazio-tempo espresse dal filosofo Bergson, i cui scritti sono stati a lungo studiati da Boccioni.

Il Futurismo propone dunque l’“arte-azione” che fa dell’artista un militante impegnato, nella sua vita e nel suo operato, sul fronte di combattimento contro il passato per l’avvento di un mondo nuovo. L’agitazione culturale futurista implica il nuovo modello comportamentale dell’artista che scende per strada, organizza meeting di propaganda delle nuove idee, lancia manifesti che propongono un’immagine utopica dell’arte e dell’uomo(ricordiamo le Serate Futuriste). Il gesto teorico e l’atto contestatario assumono un valore pari a quello dell’azione. Il pensiero e l’azione significano creazione in quanto forze produttrici di Storia. La rivoluzione sta proprio in questo: distruggere le fondamenta della tradizione per ricostruirle interamente.
Ma fondamentalmente i Futuristi assomigliano tanto a quei bambini che giocano a fare i grandi; per loro l’arte è un gioco.

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