Telemachia III – 15 Marzo MMXIV

Edictio Regis III

Anno I

«”Andiamo a dritta, a dritta, a dritta, ancora verso La Dorada.”
[…]Il capitano guardò Fermina Daza e vide sulle sue ciglia i primi fulgori di una brina invernale. Poi guardò Florentino Ariza, la sua padronanza invincibile, il suo amore impavido, e lo turbò il sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti.
“E fino a quando crede che possiamo continuare con questo andirivieni del cazzo?” gli domandò.
“Per tutta la vita” disse.»

[Gabriel Garcìa Màrquez, “L’amore ai tempi del colera”]

È verità non comunemente accertata ma tacitamente conosciuta dai più che quando si vive, se si vive, non ci si vede: si vive. Gli eventi ci trascinano velocemente, ogni ora scorre via dalle mani come la sabbia di una clessidra, e incessantemente respiriamo ed agiamo e parliamo e prima che possiamo rendercene conto è già sera e noi non abbiamo notato il tempo che silenziosamente indossava il cappotto, si aggiustava il cappello, e se ne andava.
Così mi pare che sia volato questo periodo d’intermezzo tra un numero e l’altro di Telemachia.
Per la terza edizione, poiché in molte culture e innumerevoli tradizioni filosofiche e religiose il tre è un numero perfetto, abbiamo pensato di trattare il tema perfetto: il Viaggio. È il succo, il cuore pulsante del nostro stesso gruppo, che immette in noi la voglia di scrivere e di esplorare il mondo con le parole, la fantasia e le azioni.
Non è certo un argomento di cui è facile tracciare le linee generali: il viaggiare è una delle istanze più pressanti e preponderanti fra le categorie dell’essere umano, al pari dell’Amore, l’Odio o il Male; l’immensità, la grandezza, la pluralità di voci che si affollano nella mente sono ingestibili per un povero e semplice editoriale.
Alla base, alle fondamenta del cuore di chi si propone di iniziare un viaggio, possono esistere molti e diversi tipi di sentimenti: vi sono quelli animati da una sincera meraviglia per l’universo; a costoro il mondo appare più vasto di quanto possa essere esplorato, con più cose da vedere di quante siano possibili esser viste, pieno di esseri orribili e di celestiali creature; viaggiare allora vuol dire avventura, esperienza, adrenalina.
Oppure c’è il bisogno di evadere: si spera di fuggire fra le lontane genti i propri spettri, i propri demoni, e di vedere alla luce di un diverso sole e sotto un diverso cielo nuovi mondi, con diverse leggi e strani e benevoli legislatori; ed è una fuga infinita quella di chi vuole scappare dalle proprie radici, giacché il cielo è solo uno, e così il sole e sempre le stesse sono le implacabili stelle: il viaggiare si trasforma in esser latitanti di se stessi, eterni fuggitivi.
Uno dei poemi più antichi della letteratura occidentale, l’Odissea, eterna la Nostalgia come madre dei viaggi più lunghi: Ulisse, l’eroe nostalgico per eccellenza, è costretto ad attraversare innumerevoli avventure e a vedere infinite terre straniere – non senza casi di curiosità e diletto, o terrore e avversità in altri –; ma sempre avendo in mente il solo e unico desiderio di ritornare in patria, nell’amata Itaca, tanto più pressante nel cuore quanto più lontana.
L’urgenza di ritornare alla terra natia è così forte e totalizzante che l’eroe omerico rifiuta persino l’immortalità e l’eterno amore di Calypso – divinità minore ma pur sempre una dea – per le braccia di Penelope.
Una crudele ironia sembra avversare i viandanti che hanno meta ben distinta: essi sono i più longevi, i più esperti nell’arte dell’errare, loro che vorrebbero accorciare il più possibile il loro tempo lontano da casa.
È proprio dall’Odissea che abbiamo attinto l’idea per il nostro nome, Telemachia.
E tuttavia, uscendo dalla sfera letterale ed entrando nello sconfinato campo dell’analisi interpretativa, è possibilissimo e forse necessario farsi la domanda: ma cos’è Itaca realmente? Esiste davvero una meta fisica e materiale, raggiungibile con i propri piedi, chiamata Itaca?
Moltissimi autori hanno avuto l’intuizione che persino i “nostalgici” sono in realtà pungolati – romanticamente – da un inquieto spirito interiore, da una meta ideale e irraggiungibile, da un proposito alto e ineffabile, che li spinge a perdere la propria strada nelle innumerevoli vie del mondo: persino la tradizione mitica greca riporta spesso e volentieri che Odisseo non tardò ad abbandonare di nuovo la propria amata isola per amor dell’avventura.
«Ithaca ha dato il viaggio/l’abbiam tenuta dentro/come una bussola/ci ha fatto andare oltre gli incantesimi/E i Lestrigoni/Oltre le lusinghe dell’eterna giovinezza» canta Vinicio Capossela, citando il poeta greco Kostantin Kavafis; e aggiunge: «ma a ritornare ora/la troveremmo vuota di gente/e piena di sonno». Non è un ammasso di rocce e sassi che spinge Ulisse a sfidare dèi e mostri, ma ciò che esso rappresenta. Il viaggiare allora non è più solo un’esperienza momentanea: esso è un carattere dell’esistenza, indissolubilmente legato alla vita, intesa come ricerca, enquête, di qualcosa non meglio definito – un desiderio, un bisogno, una necessità.
Potremmo intendere il viaggiare come un tentativo di conoscere. Un mettere tutto il proprio essere alla prova, per ricercare il Nuovo, l’Intentato, l’Ignoto. Lo stesso ignoto che terrorizza e spaventa chiama e affascina, ed irrimediabilmente spinge l’essere umano ad avvicinarsi ad esso. L’urgente impellenza di saltare, l’istintivo senso di voluttà che si prova quando si osserva uno strapiombo: è forse esso il moto ancestrale della scimmia che deve gettarsi verso il ramo più alto e più lontano per sopravvivere – per testare la propria capacità di sopravvivenza?
O è l’impeto a cadere? A lasciarsi abbandonare nel vuoto, carico di incolori possibilità?
Sicuramente implica il rischio. Viaggiare implica l’eccitazione della paura, il brivido dello sconosciuto, l’impossibilità di sapere in anticipo cosa attende al di là; solo così è possibile trovare mondi nuovi – solo chi decide di sperimentare nuove strade senza rotta e senza ancora, nell’incertezza e nel pericolo. E certo infiniti sono i mostri che in ogni posto del mondo sono gettati nel fondo del mare da fiabe e storie; e innumerevoli sono i demoni dagli inganni multicolori; e proprio per questo ne vale la pena.
Calvino scrive nelle Lezioni Americane: «L’eccessiva ambizione dei propositi può essere rimproverabile in molti campi d’attività, non in letteratura. La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là d’ogni possibilità di realizzazione. Solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessun altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una funzione.»
Cessa ora questa vichyssoise verbale che vira verso il verboso, e prendono spazio i nostri nuovi articoli: che vi ispirino ad iniziare a guardare oltre l’orizzonte, a cercare la strada meno battuta, e il sentiero più lungo; e ci si perdoni se pecchiamo di superbia nel voler abbracciare con i nostri pensieri e i nostri scritti volute troppo grandi di vita e universo. Ma vale la pena tentare, almeno con la letteratura e l’arte, di possedere il mondo in mano.

 La Redazione

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Thomas Cole, Le età della vita, 1842
Infanzia, Giovinezza, Maturità e Vecchiaia

FEETWURD ARTICKLES [fiturd articols]

Articolo del giornoViaggio come metafora di vita di Roberta Panico
A
rte – Confini sfumati: Rothko di Elena Li Causi
B
ibliothecaViaggiare per sentirsi liberi di Claudia Genovese
C
inemataCombattiamo all’infinito, fino all’ultimo respiro di Diletta Alparone
E
thos – Droga: soltanto un viaggio o qualcosa di più? di Noemi Cudia
Fabulae – “In the world through which I travel I’m endlessly creating myself” di Bianca Giacalone

Inoltre, quest’edizione del Viaggio siamo lieti di introdurre una nuovissima categoria, la Geographica, dove porteremo alle vostre menti affamate frammenti di mondo; il primo articolo è Londra: In every voice: in every ban, the mind-forg’d manacles I hear di Marcus A. Maldeviolano

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