A Woodstock si sente la Storia

Marco Bilardello studia al Consevatorio di Trapani “Antonio Scontrino”. Non è e non è stato un alunno del Liceo Classico, ma già una volta ha offerto il suo viscerale amore per la Musica a disposizione della Redazione, sempre entusiasta del suo lavoro. Telemachia ringrazia la passione e l’attenzione dedicate alla stesura di quest’articolo.

15 AGOSTO 1969: il New York Times riporta in prima pagina un’immagine della guerriglia nordirlandese che vedeva contrapposti i giovani di Londonderry e la polizia di Belfast. A fianco, un elaborato articolo tratta di un imminente attacco da parte delle truppe americane inviate nel Vietnam del sud come rinforzi, durante la guerra. Solo a pagina 22 si sente parlare per la prima volta di quel festival che segnerà per sempre la storia della musica e non solo. Il titolo suona allarmante: “Per il festival di White lake sono previsti 342 poliziotti”, preludio di un articolo che racconta tutte le difficoltà nell’organizzare un evento di cui ancora non se ne poteva immaginare la portata. E’ risaputo ormai che l’opinione pubblica nei confronti di quegli strambi ragazzi dagli abiti variopinti e dalle folte chiome, non fosse di certo positiva. In un quadro sociale in cui il ruolo dei giovani era a dir poco marginale, era chiaro che non si tennesse affatto conto delle diversità degli ideali che circolavano all’interno di questa imponente “onda anomala”, che da qualche tempo ormai suscitava sgomento in una società che aveva ancora chiari nella memoria gli orrori del secondo conflitto mondiale. Col passare dei decenni, si è ampiemente riconosciuto agli Hippie, il ruolo di promotori di un binomio, “Peace and love”, di cui ormai se ne fa un uso a dir poco spropositato ed è in questo trambusto mediatico che ci è sfuggito un piccolo ma fondamentale dettaglio: se gli hippie godono di tale fama, lo devono quasi esclusivamente alla musica e se di rivoluzione si è parlato a Woodstock, ciò lo si è fatto con la musica! (parliamoci chiaro: quanti in passato hanno professato le stesse cose? Amore universale, libertà…? da Cristo a Sartre se ne annoverano almeno un migliaio, citando solo i più importanti. Per la prima volta nella storia, la gente si arma del più potente mezzo di aggregazione che esista e lo usa nel migliore dei modi. Una fattoria di 600 acri, situata a Bethel, piccolo centro agricolo nello stato di New York, si preparava ad ospitare uno degli eventi simbolo del XX secolo. Il nome “Woodstock” rimase a causa di alcune vicessitudini contrattuali, in quanto i contratti erano stati stipulati ancor prima di aver ricevuto il via libera per allestire il festival nell’omonima cittadina (ebbene si! A Woodstock, quel 15 agosto, non avreste sentito neanche l’eco del festival!). Si virò dunque verso la vicina Bethel, invadendo l’idilliaca routine di un fattore ventiquattrenne, Michael Lang, ora produttore discografico (è sorprendente il modo in cui la vita, ad uno sconosciuto qualsiasi, possa cambiare da un giorno all’altro!). L’elenco degli artisti partecipanti consisteva davvero in una fedele sintesi di tutto quello che la musica aveva generato nel corso degli anni sessanta: dal country nudo e spontaneo di Joan Banez, al soul graffiante e viscerale di Janis Joplin e Joe Coker, dall’esuberanza funk di Sly and the family stone, al rock figlio della working class inglese degli Who e se pensiate che siano state spese chissà quali cifre esorbitanti, vi sbalordireste nel sapere che a Jimi Hendrix, che avrebbe chiuso il festival la mattina del 18 agosto, spettarono solo diecimila dollari o poco più. Il palco fu allestito grazie alla buona volontà di  un gruppo di carpentieri della zona, che misero a disposizione alcune travi, delle assi di legno e un telo, a mo’ di copertura. E fu proprio in uno scenario a dir poco essenziale come quello che si consumarono quei leggendari quattro giorni, in cui le anime di almeno quattrocentomila spettatori furono inebriate dalla potenza di quella stessa musica che aveva moltiplicato per mille l’impatto dei loro messaggi, così semplici, ma che finalmente avevano trovato un contesto in cui potevano diffondersi al meglio. Il giorno dell’apertura, gli organizzatori ebbero un’altra bella notizia: le autostrade erano intasate di auto dirette a Bethel, il che significava che il festival si stava rivelando un successo a livello di pubblico, ma sfortunatamente, bloccati nel traffico ci rimasero anche buona parte degli artisti presenti in scaletta quel giorno, tra cui i Jefferson Airplane, a cui sarebbe dovuto toccare l’onore di aprire, il pomeriggio di quel venerdì. Al loro posto, venne letteralmente catapultato sul palco Richie Havens, poichè unico artista presente a figuare nel cartellone di giornata. Niente lasciato al caso; stile essenziale, in cui l’anima nera del gospel ed il country di matrice bianca si stringono la mano, in una simbiosi che meglio non poteva incarnare lo spirito della manifestazione, abbattendo definitivamente il muro che divide i due popoli e tutto grazie ai colpi di quella chitarra, così percussiva, così battente, che sulle note di Freedom procede come una mandria imbizzarrita. Un’ovazione segue ogni brano del chitarrista afroamericano, che si ritrova costretto a suonare praticamente tutto il suo repertorio per coprire i tempi che sarebbero dovuti spettare ai musicisti assenti. John Sebastian, semisconosciuto armonicista, leader dei Lovin’ spoonful, passato di lì per pura curiosità, fu spinto sul palco e si ritrovò a far parte della leggenda:

la sua I had a dream, rievoca il fantasma di Martin Luter King, con un folk cinico e politicizzato. Le prime ore di Woodstock furono quindi un continuo susseguirsi improvvisato di band, cantanti e musicisti di diversa caratura e solo al calare della sera, quando ormai quell’oceano di gente aveva invaso letteralmente ogni metro quadro di quella fattoria, si riuscì a riprendere l’ordine prestabilito. Il sole, ormai volto al tramonto, venne accompagnato dalla limpida voce di Joan Banez, altra folksinger, da alcuni definita la “controparte”, per lo meno artistica, di Bob Dylan. Dopo il furore, il cinismo, la protesta, entra in scena la dolcezza di una ragazza che con i suoi versi incanta la folla e con la storica amazing grace, un inno spiritual che da lì a poco sarebbe diventato un classico, illuminò i cuori di quei ribelli. Altre storiche performance furono quella degli Who, di cui si ricorda il calcio di Pete Townsed ad un attivista intento a salire sul palco per leggere un messaggio contro la guerra in Vietnam o l’esoterica apparizione di un giovane chitarrista messicano, Carlos Santana, che con la sua nota miscela di ritmi latini e suoni elettrici, trasfigurò in quel di Bethel, l’immaginario metafisico professato dai guru del movimento hippie, tra viaggi lisergici e rituali voodoo, con quella soul sacrifice che consacrò definitivamente quello sconosciuto sciamano che impugnava una chitarra elettrica. Un grido viscerale e tagliente, riecheggiò la notte di quel sabato in cui la regina del soul bianco, Janis Joplin, scosse ancora di più il pubblico, ormai in balìa delle più pure emozioni e a suon di classici quali Piece of my heart e Cry baby, bissa il successo di quel festival di Monterey, che nel 1967 la lanciò nel panorama musicale mondiale. La domenica successiva si consumò all’insegna di Joe Coker e dell’inedito quartetto formato da Crosby, Stills, Nash e Young, padri del southern rock che di lì a poco sarebbe esploso. Ma la folla non era ancora sazia e solo una notte separava quei fortunati ottantamila spettatori rimasti, dall’apparizione di quel “messia nero” che rispondeva al nome di Jimi Hendrix. Alle dieci del mattino di Lunedì 18 agosto, compare vestito di bianco, con delle lunghe frange alle maniche ed una fascia tra i capelli, come una corona sul capo di un re del nascente hard rock. Una formazione del tutto nuova, con percussioni africane al seguito ed un sound fondato su ritmi tribali e distorsioni sinuose. Una lunga jam session di improvvisazioni caotiche e strabilianti sfocia in una Voodoo chile che rimane un cult; Hendrix si eleva a guida musicale e spirituale di quel popolo, accorso a celebrare il rito che li avrebbe finalmente redenti. Il fuoco che quella chitarra emana, consuma quelle note danzanti, che aleggiano nell’aria come gli spettri di quella decade che si apprestava a raggiungere il suo epilogo. L’inno americano suonato con i denti, ci ricorda di come la realtà incombe sempre dietro i sogni, seppur vissuti al massimo e come si dice in questi casi, si è vissuto di più in quattro giorni del genere che in una vita intera. La pensò così Joan Banez, che attraversando l’area di quella fattoria in elicottero, quel pomeriggio d’agosto, affacciata da un qualche centinaio di metri, col vento fra i capelli, commentò: “E’ solo per via di questo strano tempo ventoso oppure sto sentendo la storia nel suo divenire?”.

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