A Woodstock si sente la Storia

Marco Bilardello studia al Consevatorio di Trapani “Antonio Scontrino”. Non è e non è stato un alunno del Liceo Classico, ma già una volta ha offerto il suo viscerale amore per la Musica a disposizione della Redazione, sempre entusiasta del suo lavoro. Telemachia ringrazia la passione e l’attenzione dedicate alla stesura di quest’articolo.

15 AGOSTO 1969: il New York Times riporta in prima pagina un’immagine della guerriglia nordirlandese che vedeva contrapposti i giovani di Londonderry e la polizia di Belfast. A fianco, un elaborato articolo tratta di un imminente attacco da parte delle truppe americane inviate nel Vietnam del sud come rinforzi, durante la guerra. Solo a pagina 22 si sente parlare per la prima volta di quel festival che segnerà per sempre la storia della musica e non solo. Il titolo suona allarmante: “Per il festival di White lake sono previsti 342 poliziotti”, preludio di un articolo che racconta tutte le difficoltà nell’organizzare un evento di cui ancora non se ne poteva immaginare la portata. E’ risaputo ormai che l’opinione pubblica nei confronti di quegli strambi ragazzi dagli abiti variopinti e dalle folte chiome, non fosse di certo positiva. In un quadro sociale in cui il ruolo dei giovani era a dir poco marginale, era chiaro che non si tennesse affatto conto delle diversità degli ideali che circolavano all’interno di questa imponente “onda anomala”, che da qualche tempo ormai suscitava sgomento in una società che aveva ancora chiari nella memoria gli orrori del secondo conflitto mondiale. Col passare dei decenni, si è ampiemente riconosciuto agli Hippie, il ruolo di promotori di un binomio, “Peace and love”, di cui ormai se ne fa un uso a dir poco spropositato ed è in questo trambusto mediatico che ci è sfuggito un piccolo ma fondamentale dettaglio: se gli hippie godono di tale fama, lo devono quasi esclusivamente alla musica e se di rivoluzione si è parlato a Woodstock, ciò lo si è fatto con la musica! (parliamoci chiaro: quanti in passato hanno professato le stesse cose? Amore universale, libertà…? da Cristo a Sartre se ne annoverano almeno un migliaio, citando solo i più importanti. Per la prima volta nella storia, la gente si arma del più potente mezzo di aggregazione che esista e lo usa nel migliore dei modi. Una fattoria di 600 acri, situata a Bethel, piccolo centro agricolo nello stato di New York, si preparava ad ospitare uno degli eventi simbolo del XX secolo. Il nome “Woodstock” rimase a causa di alcune vicessitudini contrattuali, in quanto i contratti erano stati stipulati ancor prima di aver ricevuto il via libera per allestire il festival nell’omonima cittadina (ebbene si! A Woodstock, quel 15 agosto, non avreste sentito neanche l’eco del festival!). Si virò dunque verso la vicina Bethel, invadendo l’idilliaca routine di un fattore ventiquattrenne, Michael Lang, ora produttore discografico (è sorprendente il modo in cui la vita, ad uno sconosciuto qualsiasi, possa cambiare da un giorno all’altro!). L’elenco degli artisti partecipanti consisteva davvero in una fedele sintesi di tutto quello che la musica aveva generato nel corso degli anni sessanta: dal country nudo e spontaneo di Joan Banez, al soul graffiante e viscerale di Janis Joplin e Joe Coker, dall’esuberanza funk di Sly and the family stone, al rock figlio della working class inglese degli Who e se pensiate che siano state spese chissà quali cifre esorbitanti, vi sbalordireste nel sapere che a Jimi Hendrix, che avrebbe chiuso il festival la mattina del 18 agosto, spettarono solo diecimila dollari o poco più. Il palco fu allestito grazie alla buona volontà di  un gruppo di carpentieri della zona, che misero a disposizione alcune travi, delle assi di legno e un telo, a mo’ di copertura. E fu proprio in uno scenario a dir poco essenziale come quello che si consumarono quei leggendari quattro giorni, in cui le anime di almeno quattrocentomila spettatori furono inebriate dalla potenza di quella stessa musica che aveva moltiplicato per mille l’impatto dei loro messaggi, così semplici, ma che finalmente avevano trovato un contesto in cui potevano diffondersi al meglio. Il giorno dell’apertura, gli organizzatori ebbero un’altra bella notizia: le autostrade erano intasate di auto dirette a Bethel, il che significava che il festival si stava rivelando un successo a livello di pubblico, ma sfortunatamente, bloccati nel traffico ci rimasero anche buona parte degli artisti presenti in scaletta quel giorno, tra cui i Jefferson Airplane, a cui sarebbe dovuto toccare l’onore di aprire, il pomeriggio di quel venerdì. Al loro posto, venne letteralmente catapultato sul palco Richie Havens, poichè unico artista presente a figuare nel cartellone di giornata. Niente lasciato al caso; stile essenziale, in cui l’anima nera del gospel ed il country di matrice bianca si stringono la mano, in una simbiosi che meglio non poteva incarnare lo spirito della manifestazione, abbattendo definitivamente il muro che divide i due popoli e tutto grazie ai colpi di quella chitarra, così percussiva, così battente, che sulle note di Freedom procede come una mandria imbizzarrita. Un’ovazione segue ogni brano del chitarrista afroamericano, che si ritrova costretto a suonare praticamente tutto il suo repertorio per coprire i tempi che sarebbero dovuti spettare ai musicisti assenti. John Sebastian, semisconosciuto armonicista, leader dei Lovin’ spoonful, passato di lì per pura curiosità, fu spinto sul palco e si ritrovò a far parte della leggenda:

la sua I had a dream, rievoca il fantasma di Martin Luter King, con un folk cinico e politicizzato. Le prime ore di Woodstock furono quindi un continuo susseguirsi improvvisato di band, cantanti e musicisti di diversa caratura e solo al calare della sera, quando ormai quell’oceano di gente aveva invaso letteralmente ogni metro quadro di quella fattoria, si riuscì a riprendere l’ordine prestabilito. Il sole, ormai volto al tramonto, venne accompagnato dalla limpida voce di Joan Banez, altra folksinger, da alcuni definita la “controparte”, per lo meno artistica, di Bob Dylan. Dopo il furore, il cinismo, la protesta, entra in scena la dolcezza di una ragazza che con i suoi versi incanta la folla e con la storica amazing grace, un inno spiritual che da lì a poco sarebbe diventato un classico, illuminò i cuori di quei ribelli. Altre storiche performance furono quella degli Who, di cui si ricorda il calcio di Pete Townsed ad un attivista intento a salire sul palco per leggere un messaggio contro la guerra in Vietnam o l’esoterica apparizione di un giovane chitarrista messicano, Carlos Santana, che con la sua nota miscela di ritmi latini e suoni elettrici, trasfigurò in quel di Bethel, l’immaginario metafisico professato dai guru del movimento hippie, tra viaggi lisergici e rituali voodoo, con quella soul sacrifice che consacrò definitivamente quello sconosciuto sciamano che impugnava una chitarra elettrica. Un grido viscerale e tagliente, riecheggiò la notte di quel sabato in cui la regina del soul bianco, Janis Joplin, scosse ancora di più il pubblico, ormai in balìa delle più pure emozioni e a suon di classici quali Piece of my heart e Cry baby, bissa il successo di quel festival di Monterey, che nel 1967 la lanciò nel panorama musicale mondiale. La domenica successiva si consumò all’insegna di Joe Coker e dell’inedito quartetto formato da Crosby, Stills, Nash e Young, padri del southern rock che di lì a poco sarebbe esploso. Ma la folla non era ancora sazia e solo una notte separava quei fortunati ottantamila spettatori rimasti, dall’apparizione di quel “messia nero” che rispondeva al nome di Jimi Hendrix. Alle dieci del mattino di Lunedì 18 agosto, compare vestito di bianco, con delle lunghe frange alle maniche ed una fascia tra i capelli, come una corona sul capo di un re del nascente hard rock. Una formazione del tutto nuova, con percussioni africane al seguito ed un sound fondato su ritmi tribali e distorsioni sinuose. Una lunga jam session di improvvisazioni caotiche e strabilianti sfocia in una Voodoo chile che rimane un cult; Hendrix si eleva a guida musicale e spirituale di quel popolo, accorso a celebrare il rito che li avrebbe finalmente redenti. Il fuoco che quella chitarra emana, consuma quelle note danzanti, che aleggiano nell’aria come gli spettri di quella decade che si apprestava a raggiungere il suo epilogo. L’inno americano suonato con i denti, ci ricorda di come la realtà incombe sempre dietro i sogni, seppur vissuti al massimo e come si dice in questi casi, si è vissuto di più in quattro giorni del genere che in una vita intera. La pensò così Joan Banez, che attraversando l’area di quella fattoria in elicottero, quel pomeriggio d’agosto, affacciata da un qualche centinaio di metri, col vento fra i capelli, commentò: “E’ solo per via di questo strano tempo ventoso oppure sto sentendo la storia nel suo divenire?”.

Il palombaro e la poesia

Questo articolo è stato scritto dalla gentilissima e graziosissima Giulia Carnevale, del Liceo Classico Maurolico di Messina, che ha da poco partecipato alle Olimpiadi Nazionali di Filosofia a Roma. Le abbiamo chiesto di parlarci di una rivoluzione a lei cara, ed ha subito pensato al meraviglioso Ungaretti e il suo sconvolgimento della parola poetica.
Non fa parte del Liceo Classico, ma è ugualmente uno spirito non indifferente all’amore dell’Ignoto, della Bellezza e al culto della Curiosità, tutte cose che Telemachia consegue ed apprezza. Enjoy.

“Rivoluzione” è uno di quei rari termini universali che, appena uditi, prendono il nostro immaginario per mano, e lo portano con sé in altri luoghi e tempi, non obbligatoriamente lontani, conditi di un certo eroismo dalla nostalgia. L’ eroismo storico è il più facile da condividere: il tricolore francese sbandierato sulle barricate del ’48, le tredici colonie che divengono Stati Uniti d’America, e perché no, il volto di un uomo come Gandhi, che ha creduto così tanto nel valore della rivoluzione da non muovere nessuna battaglia che non fosse soltanto interiore.

Eppure c’è chi, in maniera atipica e allo stesso tempo tipicamente umana, ha portato avanti una rivoluzione che creava silenzio dove il rumore assordante e innaturale della guerra rimbombava, e che nel silenzio rimane, perché sembra quasi improprio definire rivoluzione qualcosa che non sia esteriormente eclatante. Perché Ungaretti la sua rivoluzione l’ha iniziata giocando con le parole, una penna e qualche pezzo di carta che gli capitava di avere con sé, lì sul fronte. Perché, prima di lui, chissà quanti nella letteratura avranno paragonato la caducità della vita all’autunno, eppure “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie” sembra non averlo mai detto nessun altro prima di lui. L’efficacia del suo poetare, e la sua innovazione rivoluzionaria, non risiedono dunque nelle tematiche, quanto nella rielaborazione compositiva e nella resa espressiva, in altre parole, nel riuscitissimo connubio fra la frammentazione del verso e la parola pura.

Ungaretti distrugge lo schema del verso tradizionale, prima di tutto per un’esigenza interiore: non é possibile vivere attraverso forme preconfezionate la poesia, chiuderla nella cella del canone tradizionale, a causa del quale la spontaneità fa posto al rigorismo; egli stesso dichiarò in una sua nota apparizione televisiva:” La poesia é poesia quando porta in sé un segreto”, come poter donare con naturalezza questo segreto al lettore, se obbligato ad esprimersi secondo regole precise? A questa domanda, risponde il verso frammentato, che si realizza come esigenza rivoluzionaria di liberarsi dalle catene espressive, per divenire veri poeti, non perché bastasse semplicemente “andare a capo” ogni tanto. Anzi, la brusca rottura del verso è tutt’altro che casuale: in tutti i sensi, evidenzia ogni termine che il verso compone, assegnando a ogni parola un forte valore evocativo. Perché ognuna di esse non deve spiegare un concetto, né tantomeno ognuna é spiegabile, la parola serve a sottoporre al lettore un aspetto del segreto, e rifletterne con la massima umanità assieme all’autore, nascosto fra le righe. Esempio: “Cessate di uccidere i morti”. Con un’attenta analisi razionale è impossibile venirne a capo: Ungaretti sembrerebbe impazzito. Leggere un suo verso significa accantonare, per un istante, la rigidità scientifica, permettere che la meraviglia della sua rivoluzione si realizzi nell’animo, e che nella nostra mente, in questo caso, si ricrei la scena dell’ omicidio fisico di uomini già morti sotto il profilo morale ed esistenziale. Le ulteriori suggestioni rimangono soggettive, ognuno sente e comprende a modo proprio il segreto.

Ed è questa la bellezza e la rivoluzione, appunto, del segreto stesso: l’assenza di un’unica spiegazione, perché la validità di ogni spiegazione risiede nell’originale autenticità del sentire di ciascuno. Perché la parola del nostro poeta non è vincolante, ma evocante. Il fascino rivoluzionario di Ungaretti sta proprio nell’ avere smascherato il grande vizio “retorico” della poesia precedente, che credeva di potersi esprimere ed elevarsi solo tramite arcaismi o con l’insensata ed ostentata ricercatezza del linguaggio, futili segni di erudizione, ma non certo di arte. Ed acquista un sapore ancor più di rivoluzione se si pensa che, fra uno scontro armato e l’altro, trovò sempre la forza di versificare il suo dolore. E ancora, il tutto viene pervaso da un’aria magica se si pensa alla estrema brevità in cui condensa e glorifica il segreto stesso:

Un occhio di stelle
Ci spia da quello stagno
E filtra la sua benedizione ghiacciata
Su questo acquario
Di sonnambula noia.

Eh sì, ad Ungaretti bastano cinque versi per rivoluzionare la poesia, mettere in crisi il lettore e regalare il suo nome all’eternità.

Giulia Carnevale

L’Età Lyrica

«Ma io
mi sono domato
da solo,
ho camminato
sulla gola
del mio stesso canto.»

[Majakovskij]

 

La vita è altrove”, scriveva Rimbaud in una sua lettera. “La vita è altrove”, recita il titolo di questo romanzo, che Milan Kundera ha scritto nel 1973. Il nome che egli aveva originariamente dato al suo libro era l’Età Lirica. «Per me La vita è altrove è il romanzo della rivoluzione europea in quanto tale, condensata», scrisse l’autore stesso.
Un’epica della giovinezza, intesa come Rivoluzione, cioè «atteggiamento lirico», categoria dell’esistenza umana incarnata nella figura del Poeta. In questo caso, l’imberbe Jaromil dal volto femmineo, che accompagnerà col canto gli stravolgimenti politici della Repubblica Cecoslovacca degli anni ’40; egli è animato da un desiderio di libertà, anzi, un’ansia totale di libertà che lo spinge a partecipare con foga agli eventi a lui contemporanei.
Ma questa tensione liberatrice trascende le circostanze storiche della vita di Jaromil e condensa in sé e nel ragazzo tutti i grandi moti di sconvolgimento sociale e culturale che hanno animato i secoli XIX e XX: tant’è che il romanzo non racconta come una scarna monografia soltanto le vicende del giovane ceco, ma vi sovrappone continuamente le figure di Shelley, Byron, Majakovskij, Rimbaud, che corrono insieme a Jaromil, corrono alla ricerca della vita che «è sempre dove loro non sono», la inseguono «balzando di rivolta in rivolta» e inseguendola fuggono da tutto ciò che si lasciano dietro, un “tutto” stigmatizzato dalla figura archetipica della Madre di Jaromil – ossessiva, possessiva, morbosamente presente nella vita e nella crescita del figlio – come lo era stata a suo tempo la madre di Rimbaud, come lo fu lo spettro della madre del poeta Gerard de Nerval, come lo è il grembo materno per tutti i fuggitivi.
Ecco reso visibile il gioco di Kundera: intrecciando tutti i momenti storici dell’ultimo secolo tra di loro, attraverso le figure dei poeti e le scosse delle rivolte, ne ha estratto, sublimata, l’essenza dello spirito della giovinezza, la sua forza storica distruttrice e rigeneratrice.
Ma il nostro scrittore ceco non vuole certo dipingere un ritratto imbellettato e indorato dell’Età Lirica – costei si fa beffe di chi la idealizza, e non prova pietà per i vecchi che la venerano –, anzi mette in scena la sua fondamentale parte nel dramma esistenziale; Jaromil è un mostro, lo afferma Kundera stesso. Senza che se ne renda conto, «il poeta regna insieme al carnefice»: divenuto di poeta di regime, scrivendo versi involontariamente demenziali sulla costruzione di centrali elettriche e macchinari agricoli, assorbito da un coinvolgente idealismo comunista e inebriato dal successo ottenuto come poeta, Jaromil perde ancora di più il contatto con la realtà, riveste di lirismo un apparato meccanico che commette atrocità.
La realtà divora e banalizza, spazza via il Poeta, e tramuta il suo canto da brama di assoluto a slogan asettico, senza peraltro che egli se ne renda conto.
L’unico personaggio che non viene ingurgitato dal meccanismo impietoso della realtà è Xaver, alter ego di Jaromil – questo, però, sol perché Xaver è la perfetta, totale e impossibile libertà: egli è infatti senza genitori – non orfano, ma privo di radici. Solo Xaver riesce davvero a non aver peso nella sua corsa, di sogno in sogno, senza mai fermarsi – lui che non deve ringraziare nessuno per essere al mondo: ai giovani infervorati che corrono – e corrono con foga, corrono senza posa – fanno peso le radici, e il corpo e la madre immensa; una madre che li insegue da dentro, dalle viscere che lei stessa ha generato, finché il suo freddo abbraccio non diviene quello della morte, pronta, non appena i poeti non ce la fanno più a proseguire.
Jaromil – e «l’atteggiamento lirico» – è una fiamma che tutto arde, tutto brucia: “rende luce ciò che tocca e carbone quel che lascia”, direbbe Nietzsche; e allo stesso tempo è come ignaro del suo vigore, si sente chiuso in una casa di specchi, disprezza la propria solitudine e disperato va cercando questo vigore nella folla, negli altri, verso il mondo, quel mondo lontano di cui giungono solo gli echi di cannoni rivoluzionari, e che i poeti sanno esser la prova ultima della loro natura, il loro vero posto.
Del resto, persino lo spazio stesso del romanzo è animato solo attraverso lo spirito terribilmente solo del protagonista: lui, Xaver, Shelley, Rimbaud, Majakovskij sono gli unici personaggi ad avere un nome proprio; al resto tocca un titolo che toglie loro il volto, li rende incidentali, a prescindere dal ruolo che hanno nella storia – la madre, l’artista, il quarantenne, la commessa –; sono illuminati dal bagliore di quegli altri nomi “veri” come oggetti in una stanza buia.
Questo non intralcia però la molteplicità di voci nella storia: Kundera infatti riporta molti punti di vista da cui osservare la vita di Jaromil, a cominciare dalla madre che fa da preludio e passando per altri personaggi che di tanto in tanto forniscono una visione “esterna” del Poeta – non abbandonando mai però il suo ruolo di narratore e giudice ultimo, di arbiter elegantiae indiscutibile –; e forse è questa la grande dote di questo scrittore.
Non annoia mai: con una parlata sibillina di chi sa molto più di quel che dice, egli solleva il lettore dal mondo dei personaggi e lo trasforma in spettatore etereo; ne è visibile prova lo stile coinvolgente della suddivisione dei capitoli: essi non hanno lunghezza fissa, alcuni coprono appena tre pagine, altri si dilungano su altre dieci, certi sono composti da una sola parentesi di qualche riga. Milan Kundera è il primo a non prendere sul serio la sua narrazione, e la dispiega non nascondendo per niente il suo diletto, evidenziando questo o quel fatto a proprio capriccio, passando da un dettaglio all’altro, rimandando e anticipando con grazia e finezza. Il piacere di leggere e addentrarsi nella storia così si rigenera e si riaccende ad ogni pagina, ravvivato da nuovi spunti e mai fermo troppo a lungo su qualcosa.
Non sarà sfuggito che Telemachia si è impossessata del titolo di quest’opera – che a sua volta l’ha rubato a Rimbaud –; ci è parso che questa celebre frase racchiudesse in sé meglio di tante altre il significato ed il cuore dell’«Età Lirica», della giovinezza e della Rivoluzione: il desiderio inestinguibile di infinito, di verità, di bellezza – volti molteplici, forse, di un solo dio – che sfugge, che incita alla ricerca e soprattutto alla fuga; citare “La vita è altrove” è invero citare l’emblema, lo stemma di una categoria dello spirito, dell’esistenza umana, che tende irrimediabilmente all’Altrove, a questo Xaver, unica effettiva libertà irraggiungibile, che tanto può infiammare e muovere l’animo così come rivelarsi soffocante e schiacciante nel suo esoso domandare.
Così viene soffocato Jaromil, che si sente oppresso da quello che lui stesso ha creato, dalla madre, dalla fidanzata, da un mondo che vorrebbe tutti allo stesso livello.
Proprio quando pensiamo di aver raggiunto l’Altrove, infatti, esso ci tradisce, e ci lascia intendere che abbiamo sbagliato, che è ancora lontano, da tutt’altra parte di dove l’avevamo cercato. Proprio quando il poeta lascia la sua casa di specchi per raggiungere il mondo in subbuglio, l’origine degli echi dei cannoni e degli spari, si rende conto che non sa sparare, o se ci riesce, sa centrare solo la sua testa.

 

Marcus Artis Maldeviolano

Telemachia IV – 29 Marzo MMXIV

Edictio Regis IV

Anno I

«If I were a dead leaf thou mightest bear;
If I were a swift cloud to fly with thee;
A wave to pant beneath thy power – 
[…]
Oh! lift me as a wave, a leaf, a cloud!
I fall upon the thorns of life! I bleed!

Foss’io una foglia morta che tu potessi sollevare;
Foss’io rapida nuvola a volar con te;
Un’alito di vento al tuo volere –
[…]
Oh! Librami come un’onda, o foglia o nube!
Io cado sopra i rovi della vita, e sanguino!»

[Percy Bysshe Shelley, “Ode al vento dell’Ovest“]

Quarta edizione, dunque. La nostra caracollante barchetta si dilunga nell’attraversare questo mare di “naufragar dolce” e tormentosi spettri, e noi di Telemachia, tutti insieme, perdendo un pezzo di timone e trovandone un altro fra le onde, giostriamo contro i flutti.
Cos’è che ci spinge a una sì ardua impresa? Il desiderio di rubare le ali agli albatri aggraziati che ci accompagnano nel volo. Le ali simboleggiano la libertà soltanto per chi non le possiede; e noi abbiamo lo spirito pronto a librarsi fra i cieli più puri ma corpi pesanti di realtà e necessità che lo domano.
Perciò è alla Libertà che votiamo quest’edizione, un’edizione che intoneremo come un canto, una preghiera laica di un prigioniero incatenato alla leggera luna che intravede fra le sbarre; Libertà, dea di vele e venti, eterea, sfuggevole, bramata da tutti. Mai raggiunta.
Nel cammino della cultura occidentale infatti, c’è chi l’ha sempre inseguita, fino a cercarla in “quella terra inesplorata dalla quale nessun viaggiatore torna mai”; c’è chi l’ha rinnegata e lasciata vagare lontano – proprio perché l’amava troppo per tradirla –; c’è chi l’ha deprecata e l’ha accusata di essere una colpa, un peso.
Forse uno dei modi più diretti e determinanti di saggiare la natura di un uomo è di osservare come regge la sua libertà. A colui che vive in catene, infatti, essa sembrerà l’affascinante ninfa vagheggiata poco sopra; e allora ruggisce nel suo cuore lo spettro di Shelley e quello di Alfieri, ed egli prova l’ansia totale di realizzazione di sé, e desidera integrale e illimitata affermazione del proprio io.
Ma per il saggio che non ha catene nell’animo e possiede uno spirito indipendente, appaiono chiari i demoni e le passioni che si agitano torbidi sotto l’acqua pura della razionalità; tali uomini non credono alla loro libertà, e si sentono sciocchi come sassi che scagliati in aria pensano di aver deciso essi stessi la loro traiettoria.
E poi vi è la stirpe di Kierkegaard, che soffre del peso schiacciante della libertà, e soggiace sopraffatta dalla vastità incommensurabile di possibilità – e  soprattutto dalla possibilità del nulla.
Vuol dire responsabilità infatti l’esser libero, e richiede forza. Non esiste indipendenza e autonomia di coscienza senza coraggio e forza; lo sa chi tende alla libertà, e vede opporsi a lui uno spirito estraneo, animato dalla medesima tensione: i più audaci non l’abbandonano e si scontrano – fino ad unirsi alla schiera di Catone l’Uticense e Antigone – ma i molti tremano, e preferiscono retrocedere.
È una scelta comprensibile, e assolutamente non deprecabile, insita a fondo già nell’istinto a sopravvivere e conservarsi: Dostoevskij diceva “da’ la libertà all’uomo debole, ed egli stesso si legherà a te e te la riporterà.” Quale che sia il modo di guardare al senso di libertà, ogni uomo in ogni epoca ha dovuto fronteggiarsi con questa annosa e determinante decisione.
E voi come gestirete la vostra responsabilità verso la libertà? Vi fiderete di quest’ultima come un navigante si fida della Stella Polare, inseguendola nella notte? O la seppellirete nel giardino dei vostri rimpianti, come un sogno obliato?

Be’… liberi di scegliere.

La Redazione

«Che sia più nobile soffrire nell’animo
I dardi e le frecce dell’oltraggiosa fortuna
O prender l’arme contro un mar di tormenti,
e opponendosi finirli?»

[W. Shakespeare, “Hamlet”, III.1]


Dalì ossificazione mattutina del cipresso 1934

Salvador Dalì, Ossificazione mattutina del cipresso, 1934

LIBERAMENTE CONGREGATI IN QUESTO NUMERO:

Articolo del giorno – Dittico Libertà-Politica di Roberta Panico
Arte – Libertà: il trionfo del cambiamento di Noemi Cudia
Cinemata – The Truman Show: l’uomo vero, l’uomo libero di Ian
Ethos – Un ideale per cui vivere e morire: la libertà di Claudia Genovese
G
eographica – Quel fatidico 1789 che cambiò Parigi e il mondo di Marco Marino
Poesia – Un’ora per la pazzia e un’ora per la gioia, di Walt Whitman, da Margherita Montedoro

Quel fatidico 1789 che cambiò Parigi e il mondo

«Oggi niente di nuovo.»
[Dalla pagine del diario di Luigi XVI in data 14 luglio 1789]

Il “nuovo”, che il re di Francia Luigi XVI non riuscì a percepire in anticipo, proruppe con una forza inimmaginabile e ineluttabile: il 1789 non segna soltanto l’ingresso delle classi popolari nella Rivoluzione, ma anche una tremenda esperienza poetica, cui s’apprestava la Francia e che avrebbe avuto eco in tutta Europa, un accesso a quella grande età, ancora non conclusa, che chiamiamo “contemporanea”.
Gli uomini  e le donne che presero parte alla Rivoluzione, gli eroi di quel tempo sono inesorabilmente passati, ma i loro ideali e le loro opere – alcune perfettamente conservate, altre di cui restano soltanto alcuni resti – permangono nel tempo e nella storia come vestigia di quel fastoso e terribile passato.
Ed è proprio andando alla ricerca di queste “tracce” che si fanno le scoperte più interessanti. Della Bastiglia, antica fortezza medievale eretta per volontà di Carlo V fra il 1367 e il 1382, alta 24 metri, simbolo dell’oppressione sociale e intellettuale – furono imprigionati molti intellettuali per impedir loro di esprimere liberamente i propri pensieri – non è rimasto quasi nulla dopo l’assalto dei parigini del 14 luglio. Infatti solo un occhio attento noterà che a Place de la Bastillie alcune pietre sul selciato e sull’asfalto disegnano il perimetro delle torri, fra le otto la più visibile è quella della Libertà, in cui si viveva un regime meno duro. Per trovare dei resti di quel maestoso edificio non è necessario visitare musei o fare estenuanti file per pagare un biglietto, basta scendere in metropolitana, alla banchina della linea n. 5 direzione Bouvines dove sono conservati alcuni blocchi originali della Bastiglia. Altri resti furono utilizzati per la realizzazione del Pont de la Concorde per permettere ai parigini di calpestare quotidianamente il simbolo della loro sete di giustizia.
All’opprimente e cupa atmosfera che emanava la Bastiglia si contrappone lo sfarzo e il fasto della reggia di Versailles, nata dalla scelta di Luigi XIV di allontanarsi dalla capitale – dista infatti 18 km da Parigi – e costruita su modello del Palazzo Picchi di Firenze. Divenuta l’allegoria dello scialacquamento e dei privilegi della corte, per il popolo fu un altro simbolo dell’assolutismo monarchico da demolire, per nostra fortuna non fisicamente. La reggia è ancora oggi visitabile, dal 1979 è un bene protetto dall’UNESCO, ogni anno conta tre milioni di visitatori all’interno dei tre edifici che la compongono e sette milioni nel parco, il 70 % dei visitatori sono stranieri.
Ma il cuore pulsante della Rivoluzione Francese non si trova né in regge sontuose né in case padronali, ma nei caffè di Parigi, che venivano quotidianamente animati da dibattiti intellettuali e politici. Il più famoso è il Café Procope, fondato nel Seicento da un italiano emigrato nella capitale francese, Procopio De Coltelli. È situato ancora oggi nel quartiere universitario di Parigi e fu frequentato dagli intellettuali  e dai politici più importanti dell’epoca come Danton, Robespierre, Diderot. Conserva al suo interno alcuni cimeli storici dell’epoca rivoluzionaria: i tavoli di Voltaire e Jean Jacques Rousseau, alcuni lettere di Luigi XVI e Maria Antonietta e la sua mansarda era l’ambiente che ospitava la redazione dell’Amico del popolo, giornale fondato da Jean-Paul Marat, eroe e martire della rivoluzione.
A Parigi il dialogo fra Passato e Presente è sempre vivo: le strade, i vicoli, le piazze sono pulsanti di vita e di ricordi di vite vissute per non dimenticare mai il sacrificio e le lotte per quei tre principi fondamentali – Libertà, Uguaglianza e Fratellanza – che la città mostra fiera a tutti i suoi visitatori come il padre degli Orazi, nel quadro di Jacques Louis David “Il giuramento degli Orazi”, mostra fiero le tre spade ai suoi tre figli.

Marco Marino