La nostalgia del selvaggio: i Saturnali, il carnevale dei Romani

«Di magni, horribilem et sacrum libellum!
Quem tu scilicet ad tuum Catullum
Misti, continuo ut die periret
Saturnalibus, optimo dierum

 «Gran dèi, che libretto brutto e maledetto!
L’hai regalato al tuo Catullo
Di certo perché morissi all’istante
Nel giorno dei Saturnali, il migliore tra i giorni.»
[Catullo, Carme XIV]

 Catullo nel carme XIV inveisce scherzosamente contro l’amico Calvo per avergli regalato di proposito una raccolta di pessimi poemetti nel giorno dei Saturnali: era infatti tradizione che durante quel periodo dell’anno si regalassero ad amici e parenti piccoli regali – alcuni costosi, altri più modesti, altri ancora ironici – un carattere, questo, che probabilmente è stato direttamente tramandato nella cultura cristiana, la quale prevede lo scambio dei regali in tempo natalizio – tempo che non a caso coincide proprio con quello dei Saturnali.
Questa festività romana infatti era celebrata dal 17 al 23 dicembre in onore di Saturno, antica divinità dell’agricoltura. Tuttavia le affinità con la ricorrenza cristiana terminano qua: infatti, i Saturnali sono forse molto più assimilabili al nostro Carnevale.
Dopo un sacrificio rituale al Foro ed il successivo banchetto pubblico, seguivano le giornate dedicate alla consegna dei doni – le strennae –  e una serie di bagordi e festeggiamenti perpetuati fino all’orgiastico, che avevano molto in comune con l’atmosfera carnascialesca; questa era anche garantita dal costante e ricorrente fil rouge del capovolgimento, che percorreva ogni aspetto della vita in quei giorni: i servi potevano mangiare alla tavola dei padroni – che a loro volta indossavano il pilleus, il cappello conico tipico soltanto dei liberti, allo scopo di rendere impossibile riconoscere il grado sociale –; il gioco ai dadi era permesso; e le normali attività lavorative erano sospese; il sacrificio d’apertura delle feste veniva celebrato secondo il ritus graecus, cioè con il capo del sacerdote non coperto dal tradizionale lembo della toga; si parla in età imperiale persino di un Principe dei Saturnali, un possibile antenato del Re della medievale Festa dei Folli, un sarcastico contraltare alla figura del Princeps, che veniva scelto fra i ceti inferiori ed aveva il potere di obbligare a ogni tipo di pubblica pena – come “cantare nudo” o “essere gettato nell’acqua ghiacciata”.
I festeggiamenti dei Saturnali avevano luogo proprio nei giorni più bui dell’anno: con il calore degli effluvi di vino e lo sfavillio della giovialità si cercava di scacciare la gelida paura degli spettri e degli dèi inferi che sorgevano dai campi incolti con il favore della notte sempiterna; non a caso dopo i Saturnali aveva luogo il Dies Natalis Solis Invicti, il Giorno del Sole Invitto: l’alba del 25 Dicembre, che oggigiorno saluta e commemora la nascita del figlio di Dio, per i popoli antichi ricordava ai mortali il risorgere, dopo quelle lunghe ore di  oscurità, del Sole Invincibile, forte di una nuova luce che avrebbe portato l’anno nuovo, con giornate sempre più lunghe e calde.
Erano giorni strani, per i Romani: avvertivano l’assenza del sole come un’assenza di ordine nel mondo. La stessa divinità protagonista, Saturno, rappresenta l’essenza ambigua e “rovesciata” di questa festa. Saturno era una divinità ctonia dei popoli Latini, in seguito associata con la figura di Crono: una tradizione mitica lo voleva dio dell’agricoltura, signore del Capitolino e primo re del Lazio, mentre secondo un’altra egli era arrivato in Italia fuggendo dalla Grecia, esiliato da Giove ed ospitato da Giano. Questa sua natura contraddittoria – un “dio immigrato” in uno dei templi più antichi di Roma, che presenzia a una festa di liberazione orgiastica ma è tenuto con i piedi incatenati per il resto dell’anno – spiega la sua capacità di far dimenticare ai Romani le norme e le distinzioni sociali.
Un ulteriore aspetto però che rende ancora più interessante questa centralità di Saturno è il fatto che per la cultura latina egli ha governato ai tempi dell’Età dell’Oro, prima della venuta di Giove.
Un’Età dell’Oro in cui i frutti nascevano spontaneamente dalla terra, nulla mancava agli uomini, e non erano necessarie fatiche né esisteva l’odio e l’astio fra di loro.
Lo scrittore Cesare Pavese interpreta questo periodo leggendario nei suoi “Dialoghi con Leucò” come un tempo bestiale, un mondo che gli antichi Titani, i figli del Cielo e della Terra, governavano senza leggi: l’uomo era istinto, il divino era presenza – «come la Notte, la Terra o il vecchio Pan» – e la morte accadeva come tutte le altre cose. Furono gli immortali, quando si insediarono nell’Olimpo, che crearono la legge e i mostri da fuggire: «Quello che compi o non compi, quel che dici, quel che cerchi – tutto a loro contenta o dispiace.»
Forse i Saturnali erano un momento per riappropriarsi e sfogare il lato più tribale e selvaggio degli uomini; erano l’occasione, per il dio che fu legislatore di un tempo ancestrale e perduto, di approfittare dell’assenza momentanea di Giove e riportare negli animi degli uomini quella parte ancora legata all’antica ferinità, di quando l’uomo viveva con la nube e l’acqua e la terra, viveva insieme con il dio e la fiera e dimenticava la legge, l’ordine e l’angoscia della morte.

Marcus A. Maldeviolano

 

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