Due volti della stessa anima

Cime Tempestose si presenta come un grande affresco di cui si definiscono progressivamente i dettagli a mano. In questo suo unico romanzo, Emily Brontë narra la storia di un grande, appassionato e devastante amore con tale immaginazione, veridicità e densità emotiva che sembra addirittura richiamare la semplicità e l’autenticità delle antiche tragedie greche. Due i protagonisti più inquieti e contraddittori, uniti in un destino che va al di là della morte, e che condiziona la vita di tutti gli altri: Heathcliff, un trovatello che il signor Earnshaw di ritorno da un viaggio porta a Wuthering Heights, e Catherine, la capricciosa ma tenera figlia del signore Earnshaw, che rimane una presenza intensa e ‘viva’ anche dopo la morte. Allucinato, diabolico, capace di terribili vendette ma tenero amante lui, ribelle e fedele fino alla morte ma ostinatamente determinata a non accettare imposizioni lei; due volti della stessa anima, uniti e nello stesso tempo lacerati da sentimenti profondi e contraddittori. Per questi due personaggi titani e granitici, fatti della stessa sostanza della natura in cui vivono, amore e odio, passione e vendetta, sono la stessa cosa. Heathcliff e Catherine si compensano. Heathcliff è descritto con termini che ricordano più la natura selvaggia che non l’essere umano. Ellen Dean, la nutrice, domestica e governante che segue la generazione degli Earnshaw, all’inizio sembra quasi incoraggiare Heathcliff, quel bambino “più nero del demonio”, a parlare a Catherine con il cuore, cercando di “metterlo in ordine”così che Edgar Linton, l’altro pretendente di Catherine, di aspetto assai fine e raffinato, fosse sembrato un bamboccio al suo confronto. “Oh, Heathcliff, non essere sciocco! Vieni davanti allo specchio e ti mostrerò cosa dovresti augurarti. Vedi quelle due rughe che hai fra gli occhi; e quelle sopracciglia folte che invece di inarcarsi verso l’alto quasi si uniscono al centro; e quegli occhi neri da demonio così infossati, che non si spalancano mai audacemente, ma si acquattano sotto le palpebre come messaggeri del diavolo? Impara a spianare le rughe, ad aprire bene gli occhi, a trasformare i diavoli in angeli innocenti e fiduciosi, incapaci di dubbi e sospetti, e pronti a vedere amici là dove manca la certezza di avere nemici. [..] Un cuore buono ti aiuterà più di un bel viso, ragazzo mio, anche se tu fossi nero da capo a piedi; mentre un cuore malvagio può rendere ripugnante il riso più bello”. E così come Heathcliff è la rappresentazione dell’eroe maledetto, Catherine è una donna ma anche spettro, incarnata in una progenie maledetta. “aveva modi mai visti in nessun’altra bambina: metteva a dura prova la pazienza di noi cinquanta volte e più al giorno: da quando si svegliava a quando tornava a dormire, non potevamo mai essere sicuri che non ne combinasse una delle sue. Aveva l’argente vivo addosso e la lingua sempre in movimento: cantava, rideva, e tormentava chiunque non le desse retta. Era una vera piccola selvaggia, ma aveva gli occhi più belli, il sorriso più dolce e i piedini più leggeri di tutta la regione, e in fondo non credo che fosse veramente cattiva perché, se le capitava di far piangere qualcuno, il più delle volte scoppiava in lacrime anche lei, e andava a finire che bisognava consolarla”. Il legame che li unisce, così forte e indissolubile, che supera i confini della morte, intriga il romanzo della Brontë di una passione senza pari.
Heathcliff ama Catherine e Catherine ama Heathcliff ma il loro amore non ha mai avuto il modo di realizzarsi per la sua avidità. “Ma ora per me sposare Heathcliff significherebbe degradarmi, perciò non gli dirò mai quanto lo amo; e non perché sia attraente, Nelly, ma perché è me più di quanto lo sia io stessa. Di qualunque sostanza siano fatte le anime, le nostre sono uguali, mentre quella di Linton è diversa, come un raggio di luna è diverso dal lampo, o il ghiaccio dal fuoco”. Sono queste le parole, impregnate di un egoista ma fedele amore, che Catherine rivolge a Nelly, tormentata nel profondo dell’animo. Il poeta Swinburne dirà che la Brontë dipinse l’amore che corrode la vita stessa: entrambi gli amanti sono consapevoli della loro ‘condizione di esistenza’, l’uno in funzione dell’altra, con certe parole così crude e passionali che non possono che essere vere. “Il mio avvenire si ridurrebbe a due parole: morte e inferno.. perché senza di lei, per me sarebbe un inferno” e a queste parole pronunciate da Heathcliff, corrispondono quelle di Catherine; “è lui la mia ragione di vita. Se tutto il resto perisse, tranne lui, continuerei ad esistere; e se tutto il resto rimanesse, e lui fosse annientato, l’universo mi sarebbe estraneo. Non ne sarei più parte”.
Ma a nonostante i sentimenti che il romanzo suscita, noi lettori, capaci di rimanere affascinati dalla sue aspre bellezze, siamo destinati a non sapere cogliere del tutto l’intima, tragica essenza, in cui i confini tra la vita e la morte sono labili e sfumati come la nebbia che tutto avvolge.

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