La ragione non è marmo: storia di una scultrice

Genio, passione, follia e solitudine convivono nella vita della scultrice francese  Camille Claudel. Nata nel 1864 trascorre un’ infanzia infelice in un ambiente  difficile, talvolta drammatico, segnato dalla collera del padre, dalla rassegnazione e dai rigidi principi della madre, che, tra l’altro, desiderava un figlio maschio. Ancora bambina, Camille comincia a modellare con accanimento la terracotta: non segue un iter di apprendimento regolare, ma si rivolge istintivamente a soggetti viventi, saltando i lunghi esercizi di copia di nature morte imposti nelle Accademie. Ha solo 19 anni, una bellezza prepotente ed un fascino assoluto, quando riesce a sconvolgere la vita di Rodin che di anni ne ha 43, incaricato di sostituire un insegnante dell’affascinante Camille. I due diventano subito amanti. Nonostante egli avesse già un legame stabile, vive con Camille, sua musa e modella, anni di passione e di lavoro comune, aiutandosi ed ispirandosi a vicenda nel creare alcuni fra i più grandi capolavori scultorei di tutti i tempi. Di lei il grande artista dice: “Ha una natura profondamente personale, che attira per la grazia ma respinge per il temperamento selvaggio”. Sono anni all’insegna della bellezza, della complicità, della passione erotica: due cuori di marmo che si scolpiscono l’un l’altro. (Camille scrive a Rodin: “Dormo completamente nuda per illudermi che lei è con me ma quando mi sveglio non è più la stessa cosa”). Tuttavia dopo una relazione della prima scultrice moderna con Claude Debussy, incontrato nel salotto di Mallarmè, e dopo una gravidanza interrotta, la relazione con il suo maestro, che mai sarebbe diventato suo marito, si chiude, siamo nel 1892.
Ecco che cominciano le sue ossessioni, si isola. La ricerca di Camille, nell’intento di liberarsi dall’influenza di Rodin, si orienta verso una scultura di piccole dimensioni (Les Causeuses, La Valse) dalle suggestioni psicologiche. Vive però come una reclusa, dedita al lavoro con accanimento. Crea e distrugge. Sola, depressa, nostalgica, Camille precipita in una semi miseria: la sua corrispondenza brulica di appelli di soccorso e di richieste di anticipi. La certezza di essere stata spogliata della propria energia vitale e del senso stesso della vita la debilita; è conosciuta come l’amante di quell’uomo che con la sua ombra la oscura, lo stesso uomo che lei ha nutrito con la sua creatività, che codardamente l’ha lasciata andare, adesso avanza nella gloria. Camille sta affondando, la ragione non è fatta di marmo. A partire dal 1905 le ossessioni e le angosce si trasformano in idee fisse e poi in psicosi. Pensava che Rodin volesse impossessarsi delle sue opere e ne distrusse alcune, pensava che la facesse spiare dai suoi assistenti per rubarle le idee e volesse ucciderla. Un annientamento psicologico che si trasforma anche in una violenza contro ciò che essa stessa ha creato. Come Medea che distrugge i figli avuti con Giasone, appartenenti a un passato che ormai non la riguarda più, così Camille sfoga tutta la sua rabbia nel marmo, martellato, puntellato, violentato. Opera emblematica di questo periodo è l’Age Mur,  in cui è ritratta una giovane donna in ginocchio che protende le braccia verso un uomo più anziano che, voltato di spalle, si lascia portare via da una donna pure anziana; facilmente riconoscibili nell’uomo anziano e nella donna giovane Camille e Rodin, nella donna anziana forse la compagna di Rodin o forse, più simbolicamente, la morte.  L’uomo alla fine della sua maturità è vertiginosamente trascinato dall’età mentre, senza speranza, tende una mano alla giovinezza.  Il fratello poeta scrisse a proposito: “Mia sorella Camille, implorante, umiliata, in ginocchio, lei così superba, così orgogliosa mentre ciò che si allontana dalla sua persona, in questo preciso momento, proprio sotto i vostri occhi, è la sua anima”.
Di lì una climax discendente,  nel 1913 fu  fatta rinchiudere in un manicomio, dove vi rimase per 30 anni fino alla sua morte in solitudine ed abbandono, aspettando invano la visita della sorella e della madre, alla quale aveva ripetutamente chiesto di essere riaccolta in casa. Ecco la storia straordinariamente ordinaria di una donna coraggiosa, consapevole delle sue scelte, rischiose ma appaganti. Ecco un’eroina del Novecento, inetta per la società benpensante borghese,  una grande romantica  capace di rinunciare a tutto, fino ad annullare se stessa, tranne che all’arte.
La ricorda così il fratello Paul: “Mia sorella Camille aveva una bellezza straordinaria, ed inoltre un’energia, un’immaginazione, una volontà del tutto eccezionali. E tutti questi doni sup  erbi non sono serviti a nulla; dopo una vita estremamente dolorosa, è pervenuta a un fallimento completo.

 

Elena Li Causi

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