Telemachia V – 17 Novembre MMIV

Edictio regis V

L’attesa del piacere

è essa stessa il piacere

G.E. Lessing

Sono passati quasi nove mesi dalla nostra prima pubblicazione. Siamo cresciuti durante questa pausa estiva, abbiamo viaggiato, mangiato e anche bevuto troppo (siam pur sempre adolescenti). Ma una cosa non è mai cambiata durante questa pausa: la nostra voglia di scrivere. Ed è per questo che ci siamo tutti riuniti davanti ad un bel tè caldo, per ritornare al nostro folle progetto di una rivista interamente diretta da noi, interamente scritta da noi, interamente, disperatamente, follemente voluta da noi.

Sì, si lo so. Avremmo di meglio da fare, ma insomma, almeno ci togliamo qualche sfizio ogni tanto.

Con tè e pasticcini, dopo nemmeno dieci minuti, abbiamo deciso il nostro tema: l’attesa. L’attesa in tutte le sue sfaccettature: dall’arrivo del treno, dal suono della campanella, dall’attesa semplicemente di esser grandi.

Ma non è solo questo l’attesa. L’attesa può essere qualcosa di più grande può essere anche il viaggio di qualcosa che si è sempre aspettato, che alla fine, finalmente è arrivato. Un po’ come noi, che abbiamo sempre desiderato avere un giornale tutto nostro, che abbiamo dovuto lottare, creare, inventare ma alla fine ce l’abbiamo fatta, abbiamo ottenuto ciò che volevamo.

E voi? Cosa aspettate realmente? Cosa credete valga la pena di aspettare?

La redazione.

Arte –https://telemachiae.wordpress.com/2014/11/10/il-silenzio-della-polvere/ Elena Li Causi

Cinema – https://telemachiae.wordpress.com/category/cinema/ Noemi Cudia

Ethos – https://telemachiae.wordpress.com/2014/11/10/lattesa-trepidazione-per-un-attimo/ Claudia Genovese

Fabulae – https://telemachiae.wordpress.com/2014/11/16/cercando-lispirazione/ Vincenzo Favara

Fabulae – https://telemachiae.wordpress.com/2014/11/10/la-signora-delle-acque/ Bianca Giacalone

Libri – http://francescamontedoroblog.wordpress.com/ Francesca Montedoro

Musica – https://telemachiae.wordpress.com/2014/11/17/aspettiamo/ Margherita Montedoro

 

Scritto da: Roberta Panico (caporedattrice)

 

Amir e Adahara: un amore tempestoso

Di leggende sulla pioggia ve ne sono a migliaia, ma nessuna è come questa.

Nelle lontane regioni dell’Africa vivevano due tribù che governavano su un vasto terreno.

Tra le due tribù però non era mai corso buon sangue. Si vedevano una volta l’anno e solo per rinnovare la pace tra i loro popoli ed assicurarsi che nessuno dei due infrangesse i patti. Nella tribù del Vento la sovrana aveva dato alla luce una figlia femmina. Invece, nella tribù del Sole era nato un figlio maschio. Entrambi furono educati secondo la tradizione del proprio popolo ed a diventare futuri regnanti. Passarono gli anni ed i sovrani decisero di portare con sé i propri figli. Seduti al banchetto che si teneva al confine tra i due popoli, i due giovani si conobbero. Il figlio della tribù del Sole si chiamava Amir e la figlia della tribù del Vento Adahara.

Adahara era di una bellezza stravolgente. Aveva lunghi capelli neri, denti bianchissimi e un fisico molto atletico. Amir rimase stravolto dalla sua bellezza. Adahara non aveva dato molto peso a quel giovane che si aggirava intorno a lei. Prestava molto attenzione a ciò che il padre faceva, poiché un giorno sarebbe toccato a lei essere la sovrana.

Ma Amir continuava a guardarla e lei sentiva i suoi occhi su di sé. Decise di essere sfrontata e rivolgergli lo sguardo una volta per tutte. Era incantevole. Aveva una bellezza disarmante e si vedeva nei suoi tratti che era fiero e giovane. Ne rimase meravigliata.

Le trattative tra i due sovrani andavano per le lunghe quindi si decise di rimanere lì alcuni giorni per concludere il tutto. Adahara era molto stanca e si stava dirigendo verso la sua camera quando sulla sua strada incontrò casualmente Amir.

-Salve Adahara-. Lei fece un segno di risposta.

-Appreso molte cose questa sera?- chiese lui.

-Sì, ma vorrei tanto che i nostri popoli non fossero così ostili tra di loro e che si potesse stipulare la pace affinché non vi sia mai guerra tra di noi-. Amir rimase stupito da quelle parole. Il giorno dopo, preso da un impeto, disse ai due sovrani le stesse cose che Adahara aveva detto la sera prima. La giovane si alzò e meravigliandosi di se stessa disse:-Anche io sogno una tribù unita dove la guerra non esista tra i nostri popoli e dove possiamo vivere tutti in pace-. I due sovrani si alzarono e si adirarono con i loro stessi figli. Mai e poi mai avrebbero uniti i loro popoli. Adahara e Amir chiesero scusa e furono mandati nelle loro stanze dicendo loro che erano ancora troppo giovani per governare e che la loro presenza non era più gradita. Adahara e Amir, invece, continuarono a parlare tra di loro di questo progetto e di una possibile unificazione non appena il trono fosse passato nelle loro mani. Entrambi si resero conto di quanto avessero in comune. Passarono i loro giorni così, ad incontrarsi di nascosto per parlare dei loro progetti e dei loro governi uniti.

-Ma se saranno uniti, noi dovremmo sposarci- disse Amir guardandola profondamente negli occhi.

-Amir, io ti amo già- disse Adahara presa dalla passione. E così si amarono giorno e notte, uniti da un unico sogno di avere un popolo unito. Ma le trattative finirono prima del previsto. I due sovrani decisero di andar a parlare con i propri figli per rimetterli in riga. Il sovrano del Sole andò nella stanza del figlio e vi trovò i due giovani avvinghiati tra di loro come due serpenti. Il sovrano, sorpreso, urlò e tutti accorsero per vedere cosa stesse succedendo.

-Adahara..- disse in un soffio il padre. Lei chinò la testa e incominciò a piangere. Il padre di Adahara prese una decisione fulminea. La figlia lo aveva tradito e ora doveva pagare il fio della propria colpa. La prese di forza, la portò alle Cascate Nere e la gettò senza un minimo di esitazione. Amir, vedendo la scena, non gli interessò minimamente il possibile perdono del padre. Urlò contro il cielo tutta la sua rabbia e si buttò giù. Il cielo sentendo questo urlo straziante e informandosi con le nuvole sugli avvenimenti, era così triste e così desolato che non si seppe più trattenere dal piangere. Le nuvole che fino ad allora erano state sempre bianche, divennero nere per la tristezza del cielo. Così nacque la pioggia. Il mondo seppe cos’era la pioggia in questo modo. Amir e Adahara passarono alla storia come coloro che donarono l’acqua alla terra.

Sii rivoluzionario

La rivoluzione è più un istinto che un pensiero: come istinto

 agisce e si propaga, e come istinto darà anche le sue prime battaglie.

                  Michail BakuninLettera a Herwegh

La Rivoluzione è il processo rapido con il quale ceti, classi o gruppi sociali, ovvero intere popolazioni, sentendosi non sufficientemente rappresentate dalle istituzioni, limitate nei diritti o nella distribuzione della ricchezza che hanno concorso a produrre, ribaltano tali istituzioni al fine di modificarle profondamente e di stabilire un nuovo ordinamento. Nel corso della storia vi sono state diverse rivoluzioni: francese, americana, inglese, etc. Queste sono quelle che riguardano i diversi popoli che volevano un’autonomia o che comunque si sentivano in dovere di riunire tutti gli stati in un’unica Nazione indipendente. Ma non sono solo queste le Rivoluzioni che hanno fatto la storia. Ci dimentichiamo le milioni di battaglie fatte dalle popolazioni di colore o di etnie diverse per far si che anche loro entrassero a far parte nella concezione di Nazione e che avessero gli stessi diritti di tutti gli altri. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Questo è l’articolo 3 della nostra Costituzione che fa parte di quei diritti inalienabili che nessuno potrà mai violare. Ma facciamo un passo indietro. Cos’è davvero la Rivoluzione? Certo se ne potrebbero dare diverse concezioni, ma come nasce? E perché?Le diverse rivoluzioni che si sono presentate nella storia del mondo intero, sono state provocate da un malessere comune oppure da un’idea di nazione comune. La Francia insorse poiché affamate, le colonie inglesi stanche della madre patria divennero gli Stati Uniti d’America, gli inglesi, stanchi della monarchia assoluta ne ottennero una parlamentare. Ma bisogna davvero essere stanchi di qualcosa per fare la Rivoluzione? Beh, se un governo o un’istituzione funziona bene è inutile cambiarla. I cambiamenti in una società non avvengono perché uno solo li voglia, ma perché vi è un intero popolo che condivide la stessa idea. Idea che si propaga nella loro mente e che diventa quasi un’ossessione se non diviene realtà. Non c’è bisogno di cambiare un governo, si può anche riformare. Goldoni non voleva rivoluzionare il teatro, voleva solo riformarlo. Lui non voleva cambiare la nobiltà, lui voleva rieducarla. Una democrazia, senza l’approvazione del popolo non può andare avanti e se il popolo dice che non va bene, essa deve cambiare. Le continue riforme attuate in un governo non lo migliorano, lo scombussolano. Il totale ribaltamento di esso può cambiare la situazione. Nel 1700 non si poteva fare la beata satira che si fa adesso: ad esempio in Francia, non potendo pubblicare la qualsivoglia per la cesura adottata dal re, circolavano dei pamphlet clandestini in cui si scriveva una feroce critica del governo del re e dove si faceva in modo che la popolazione si rendesse conto che il cambiamento se si voleva, era vicino. La Rivoluzione non si fa con le parole ma con i fatti, manifestazioni, scioperi se possono servire. Ma questo rimane in ambito politico. Questa, prima di propagarsi tra le menti, nasce dentro di noi. Cambiamo prima noi stessi, il nostro modo di pensare e poi.. Beh, e poi possiamo anche conquistare il mondo.

 

Dittico libertà\politica

Alla parola “libertà” di solito si lega la politica.

Il tema della libertà è stato ampiamente discusso da molti filosofi ma in particolare, questo dittico libertà\politico lo hanno affrontato due filosofi inglesi: Thomas Hobbes e John Locke. Sebbene contemporanei hanno avuto una concezione della libertà piuttosto differente. Hobbes, nato nel 1588 visse nel periodo dell’assolutismo inglese. In antitesi al filone dominante della cultura occidentale, Hobbes nega che l’uomo sia, per sua natura, un animale socievole o politico. Infatti, ciò che spinge l’uomo verso l’altro non è l’amore o la benevolenza, bensì il timore o il bisogno. È proprio questa naturale volontà di nuocersi a vicenda che fa sì che lo stato di natura sia un incessante stato di guerra di tutti contro tutti. Un passo indietro. Rewind. Cos’è lo stato di natura? Lo stato di natura è quella ipotetica condizione in cui gli uomini, non essendo ancora associati tra loro e disciplinati da una serie di leggi positive comuni, sono spinta dal loro egoismo a perseguire il loro bene al di sopra di quello altrui. Per Hobbes però rimane solo una mera ipotesi razionale poiché, se davvero gli uomini sono mai stati privi di un’organizzazione civile, la nostra specie sarebbe stata già estinta (tutti contro tutti). Di fronte ai pericoli dello stato di natura, la ragione, dominante in Hobbes, aiuta l’uomo a formulare delle leggi naturali, ovvero delle regole di prudenza. Ad esempio proibendo a ciascun uomo di fare in modo che la vita venga distrutta. Ma affinché gli uomini possano vivere in pace, le leggi naturali non sono sufficienti. Per questo è necessario abbandonare lo stato di natura ed entrare nella società civile mediante un scelta spontanea, ovvero mediante un patto in cui ciascuno rinuncia al proprio diritto su tutto e lo affida ad un’unica persona, che nel caso di Hobbes è un regnante. La novità di questo patto sta nell’atto in cui il sovrano si pone al di sopra di esso e , in caso l’uomo attacchi i diritti di un altro uomo, il sovrano è in dovere di intervenire e risolvere la questione. Vedete, essendo un ragionamento filosofico è piuttosto difficile da comprendere, ma quello che Hobbes intende per “libertà” è il contratto in cui l’uomo affida al sovrano tutti i suoi diritti e in caso fosse attaccato, il sovrano entra per difenderlo. La “libertà” sta nel fatto che l’uomo non deve preoccuparsi di nulla poiché il sovrano subentra in sua difesa. Locke, sebbene  utilizzi sempre il contratto, la pensa in tutt’altra maniera. Locke concepisce lo stato di natura non come un ipotesi teorica ma come una fase che l’uomo ha veramente vissuto. Inoltre, lui non vede lo stato di natura come una guerra di tutti contro tutti ma anzi un’esistenza pacifica in cui la ragione si esprime al meglio. Ma la fragilità della pace nello stato di natura è ciò che rende necessaria la società civile. Stipulando un patto, gli individui non rinunciano a tutti i loro diritti naturali ma solo a quelli di difesa e di punizione per cui ogni uomo è giudice ed esecutore della legge di natura. Il potere del sovrano trova dunque un limite, quindi non vi si pone al di sopra ma al di sotto di codesto patto. Quindi, nel caso in cui il sovrano tradisca il patto, il popolo deve intervenire per porre fine alla violenza, revocando il potere al sovrano .

La libertà può essere vista sotto tanti punti di vista: Hobbes sotto un sovrano, Locke con i suoi diritti sotto mano. Ma personalmente credo che l’ideale di libertà nasca in noi quando vediamo una violazione di ciò che è nostro. Se pensiamo che Hobbes e Locke sono filosofi vissuti nel 1600 circa e che già pensavano alla loro libertà, penso che se si trovassero catapultati nella nostra epoca si farebbero un esame di coscienza e rivedrebbero i loro contratti.. Oppure riderebbero di noi.

Edizione Straordinaria- 21 Marzo MMXIV

Aéide, Theà
Cantami, o Musa…

La Giornata Mondiale della Poesia è stata istituita dalla XXX Sessione della Conferenza Generale UNESCO nel 1999 e celebrata per la prima volta il 21 marzo seguente. La data, che segna anche il primo giorno di primavera, riconosce all’espressione poetica un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace.
L’UNESCO negli anni ha voluto dedicare la giornata all’incontro tra le diverse forme della creatività, affrontando le sfide che la comunicazione e la cultura attraversano in questi anni.         Così noi della redazione di Telemachia ci siamo sentiti in dovere di celebrarla, sebbene a modo nostro. Con l’arte di esprimere le emozioni più nascoste e la capacità di incantare qualsiasi animo ne sia avverso, la poesia fin dalle sue origini ha avuto i suoi più grandi veneratori: Omero, Esiodo, Pindaro, Saffo.  Ed è grazie all’antica poesia greca che anche  i Romani hanno dato il loro contributo: Virgilio, Ovidio, Catone, Catullo. La poesia che ha animato i loro cuori, che li ha spinti a cercare sempre di più, che ha messo a nudo le loro anime, oggi, proprio oggi, viene esaltata (anche da noi) attraverso diversi autori che ognuno nella nostra redazione sceglierà. Abbiamo deciso di fare quest’edizione speciale per aprire a tutti la possibilità di celebrarla a modo suo. Noi abbiamo dato il nostro contributo, e voi?

La Redazione di Telemachia.

La Primavera di Alda Merini, Roberta Panico 

Promenade,   di Verlaine, Claudia Genovese

Le Voyage, di Charles Baudelaire, Elena Li Causi

Il Corvo, di Edgar Allan Poe, Marco Pisciotta

Allegria di Naufraghi, di Ungaretti Noemi Cudia 

Un consiglio da Dioniso, di Shinji Moon, Marcus A. Maldeviolano 

Erotosonetto, di Edoardo Sanguineti, Marco Marino

Come meditare, di Jack Kerouac, Bianca Giacalone

Tramontata è la Luna, di Saffo, Diletta Alparone

La Primavera

Ugo  Betti, nato il 4 febbraio del 1892, fu poeta, giudice e drammaturgo italiano. Sebbene non vi siamo molte informazioni su di lui, vagando su internet sono riuscita a trovare questa poesia sulla Primavera. La drammatica di Ugo Betti si può così considerare un’introspezione costante, spietata, volta ad andare oltre le apparenze e i luoghi comuni, una ricerca che trova il suo campo di indagine nella coscienza dell’uomo. Betti si è interessato soprattutto a problemi legati alla guerra, all’emigrazione, al contrasto fra le generazioni, ma tema tipicamente bettiano è quello della Legge che non riesce a farsi Giustizia. In questa poesia, a me molto piaciuta, Betti descrive come la Primavera, risvegliatasi, faccia rifiorire tutto intorno a sé. Non so che altro aggiungere, se non che è decisamente meravigliosa.

 

La Primavera

Quando il cielo ritorna sereno

come l’occhio di una bambina,

la primavera si sveglia. E cammina

per le mormoranti foreste,

sfiorando appena

con la sua veste color del sole

i bei tappeti di borraccina.

Ogni filo d’erba reca un diadema,

ogni stilla trema.

Qualche gemma sboccia

un po’ timorosa

e porge la boccuccia color di rosa

per bere una goccia

di rugiada…

Nei casolari solitari

i vecchi si fanno sulla soglia

e guardano la terra

che germoglia.

La capinera prova una canzonetta

ricamata di trilli

e poi cinguetta

come una scolaretta. I grilli

bisbigliano maliziose parole

alle margherite

vestite

di bianco. Spuntano le viole …

A notte le raganelle

cantano la serenata per le piccole stelle.

I balconi si schiudono

perché la notte è mite,

e qualcuno si oblia

ad ascoltare quello che voi dite

alle piccole stelle

o raganelle

malate di malinconia.

(Ugo Betti)

Viaggio come metafora di vita

Narrami, o Musa, del l’eroe multiforme, che tanto

 vagò, dopo che distrusse la Rocca sacra di Troia

di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri,

 molti dolori patì sul mare nell’animo suo,

 per riacquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni.

                                                                               Proemio Odissea

 

Come studentessa del Liceo Classico, alla parola “Viaggio” (con tanto di maiuscola) non posso che associare il poema del viaggio per eccellenza: L’Odissea. Odisseo, uomo di ingegno e coraggio che,  dopo lunghissimi vent’anni ritorna a casa: Itaca. Fu lui, proprio lui, ad avere la grande idea del cavallo di legno, al cui interno vi erano nascosti i più valorosi guerrieri greci. I Troiani, per onorare il dono di pace che avevano lasciato i Greci, trasportarono dentro il cavallo. Durante la notte, mentre tutti dormivano, essi uscirono dal cavallo e fecero una strage. Solo ad un uomo come Ulisse poteva saltare in mente un’idea così folle ma allo stesso tempo geniale da poter conquistare Troia. Fatto il suo dovere, Ulisse con i suoi compagni si imbarca per tornare ad Itaca. Tra mille peripezie, tanti inconvenienti e l’incontro con Polifemo, alla fine Odisseo si trovò nell’isola di Ogigia, dove incontrò Calipso, che invaghitasi di lui, non lascia che ritorni a casa. Oggi si pensa che l’isola di Ogigia sia vicino Malta o nei dintorni del Mar Ionio. L’isola era descritta da Omero come un luogo paradisiaco ai margini del mondo. Calipso le prova proprio tutte per far dimenticare ad Odisseo la sua terra e la sua amata, ma lui proprio non riesce a smettere di pensare alla sua casa. Dopo sette lunghi anni, Ermes convince la ninfa a lasciarlo andare. Ma Poseidone adirato con Odisseo per aver accecato Polifemo, lo fa naufragare nella terra dei Feaci, ad un passo da casa. Nausicaa, sotto consiglio di Atena, era andata in spiaggia a giocare con le sue ancelle a palla, e trova Odisseo nudo che si nascondeva tra gli arbusti. Le ancelle scappano via impaurite, mentre Nausicaa lo invita ad entrare nel palazzo. L’eroe passa alcuni giorni nella casa del re dei Feaci e racconta le sue avventure in mare. Il lungo vagare per mare occupa meno di un terzo dell’opera e si configura con un lungo flashback: è Odisseo il narratore interno della storia che rievoca per il pubblico dei Feaci le sue precedenti avventure. I libri che raccontano tutto ciò, sono dal V al XII libro e sono soprannominati “I libri del ricordo”. Vedete, l’Odissea non è il solito poema epico che ci sentiamo ripetere in continuazione dalle medie. L’Odissea è viaggiare, è scoprire nuove terre, naufragare, è avere spirito di avventura, spingersi oltre il naturale. Certo, Odisseo si sarebbe risparmiato tutte le sfortune che ha incontrato oppure avrebbe evitato quella folla di Circe che ha trasformato i suoi compagni di viaggio in maiali. Circe che, non essendo soddisfatta di ciò che aveva fatto, cerca pure di sedurlo! Chi avrebbe resistito a tutto ciò? Vino, viaggi, maghe, ninfe e dei. Ci sarebbe di certo scappato il morto. Ma Odisseo-con l’epiteto di  polytropos “multiforme”, polytlas “che ha molto sopportato” e polumekanos “che ha molti espedienti e molte risorse”- riesce ad affrontare mille pericoli e a tornare ad Itaca. Ma non ritorna come eroe o come guerriero greco, ma si finge mendicante. Insieme al figlio Telemaco medita la sua vendetta contro i Proci. Dopo aver sconfitto tutti i pretendenti, Odisseo va subito da Penelope e le rivela chi è. Ma Penelope, dapprima non gli crede, successivamente, superando la sfida di spostare il talamo, che solo il vero Odisseo avrebbe potuto rimuovere,  si ricrede e abbraccia il marito ritornato dopo tanto tempo. Ma lo scopo dell’Odissea non è quello di asfissiarci delle pene e dei pensieri di Ulisse e Penolope. L’Odissea è l’opera che riassume al meglio il Viaggio come metafora della vita. Quindi il viaggio può essere considerato inizialmente nella sua circolarità (partenza, percorso, arrivo e recupero), dove emerge soprattutto la finalità del raggiungimento di uno scopo (la ricongiunzione, la riconquista definitiva della stabilità attorno ai valori originari). Ma è evidente che i viaggi di Ulisse non vertono soltanto al ritorno in patria ma anche alla ricerca del nuovo, la misura della distanza che ci separa dalle realtà sconosciute, l’abilità di relazionarsi con il diverso, la capacità di adattamento a situazioni imprevedibili. Ogni avventura del lunghissimo viaggio di Odisseo rappresenta una prova, una difficoltà da superare che assume al contempo un significato fortemente simbolico. Viaggiate! Andate alla scoperta di nuovi posti e luoghi, abbiate il coraggio di esplorare e conoscere cose che solo pochi sanno e di andare posti dove nessun altro è mai stato. Londra, Parigi, New York… Certo, sono tutte metropoli di grande fascino ma c’è altro. Andando nei musei vi è così tanto sapere antico che solo coloro che li hanno visitato sanno quanto valgono. Roma è piena di storia, ogni due passi vi è un edificio storico da visitare. Il viaggio non deve spaventare, il viaggio deve essere scoperta del mondo e di se stessi.