Annie Hall

Anno: 1977
Regia: Woody Allen
Genere: Commedia

 

«Non vorrei mai far parte di un club che accetti tra I suoi membri un tipo come me»

[Groucho Marx]

Nel 1977 usciva Annie Hall (in Italia giunto con il nome “Io ed Annie”), capolavoro del genio di Woody Allen che lo avrebbe innalzato a uno degli autori più in vista del panorama cinematografico americano. L’anno successivo infatti, nel 1978, l’Oscar al miglior film, al miglior regista, quello alla miglior sceneggiatura originale e quello alla miglior attrice protagonista vennero tutti assegnati a questo film. Oggi è nella lista dei cento migliori film statunitensi di tutti i tempi al 35° posto, e al 4° fra le cento commedie statunitensi migliori.
Tramite il monologo incessante e logorroico del protagonista, Alvy Singer, gli spettatori vengono introdotti alla storia della relazione tra Alvy e Annie Hall, terminata dopo circa un anno di vita.
Alvy è – oltre che un alter ego del regista, il quale opera spesso questo trucco di creare un diverso se stesso da muovere dentro il film – il classico newyorkese: per vivere fa il comico alle conferenze e negli show televisivi, e annacqua in un pacato e sconfinato intellettualismo – e in una relazione quindicennale con la psicanalisi – la tristezza e la malinconia insanabile che avverte nell’esistenza umana.
Annie è una giovane donna molto semplice, quasi provincialotta; cerca di entrare nel mondo della musica come cantante e coltiva la passione della fotografia.
Il loro incontro, avvenuto tramite amici comuni, farà scaturire la scintilla di un amore che in principio sarà di reciproca simbiosi: Alvy imparerà da Annie la spontaneità e l’autenticità dei sentimenti; dal canto suo, la ragazza vedrà i suoi orizzonti allargarsi grazie all’immensa cultura di cui potrà godere tramite il giovane comico. Il loro rapporto però è destinato a rovesciarsi: lentamente Alvy “corrompe” Annie, trasformandola nell’intellettuale etereo che egli è, rimanendo dal canto suo stregato da quella semplicità che lui stesso ha corroso; da educatore e iniziatore ad un nuovo mondo rimarrà intrappolato nel suo amore per la perduta ragazza ingenua, che invece sarà in grado di andare avanti e tramite il fatidico trasloco a Los Angeles, città antitetica rispetto alla sensibilità del protagonista, sancirà la definitiva cesura tra sé e il newyorkese.

In effetti, tutto il film è in sostanza una constatazione malinconica e disperata della caducità e incontrollabilità dei rapporti umani, che nascono, crescono e perdono vigore in un balletto di incomprensioni ed equivoci fatti da due sconosciuti che tentano senza successo di compenetrarsi e comprendersi vicendevolmente, con l’unico risultato di rimanere entrambi soli. E nonostante tutto Annie Hall è considerato una commedia: il tono infatti non è mai accusatorio, disperato, fatalista o rancoroso; Woody Allen distende sulla storia una patina sottile di luccicante ironia e delicato umorismo che permette di contemplare le vicende sotto una luce calma, invitante, amichevole – distante. La distanza è l’elemento chiave della comicità di Allen: egli allontana lo spettatore dal coinvolgimento emotivo, dall’avvertimento del dolore e della tragicità del vivere, pur mostrandogliela con dovuta cura. Difatti l’intero film è tutto un viaggio nella coscienza  di Alvy/Woody, egli non manca mai di farcelo notare: si avvale della più arbitraria libertà nella narrazione degli eventi, dimostrando un plurilinguismo cinematografico impareggiabile – passa con naturalezza dal flashback alla rottura della quarta parete, passando per il cartone animato, il monologo interiore e il teatro nel teatro.
Lo spettatore è cosciente di vedere le cose tramite il filtro di Alvy, e questo gioco di svelare e allontanare permette di osservare un ritratto della vita realistico ma non implacabile, umoristico ma non caricaturale. È umile, è autoironico, è profondamente cosciente di essere umano e di essere imperfetto, e per questo chiede di sorridere con lui della propria miseria.
Rappresenta con autenticità la funzione catartica dell’arte, intesa come momento di contemplazione estetica dell’esistenza.

«Be’, che volete, era la prima commedia; sapete come si cerchi di arrivare alla perfezione almeno nell’arte, perché è talmente difficile nella vita» dice lo stesso protagonista ad un certo punto del film.

Conclude il film una riflessione di Alvy, che è l’emblema del modo dolceamaro e intimamente sincero di accostarsi all’amore come forza distruttiva e forza creatrice.

«E io pensai a quella vecchia barzelletta, quella dove uno va da uno psichiatra e dice: –Dottore  mio fratello è pazzo. Crede di essere una gallina!
E il Dottore gli dice: – Perché non lo interna?
E quello risponde: – E poi a me le uova chi me le fa?
Be’, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna: e cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi; ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.»

 

Marcus Artis Maldeviolano

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