Diario di una goccia di colore

Salve,
mi chiamano Duco, anche se sono una donna, io.
Sono fatta di sabbia di silice aggiunta a carbonato di sodio, potassio e piombo. Sono il prodotto dell’industria, delle tecnologie, costo pochissimo, neanche se fossi una prostituta!
Oggi mi trovo in un posto nuovo, sono in uno studio a Springs, NY, una casetta di legno molto carina, il mio nuovo padrone si chiama Jackson Pollock, dicono sia pazzo; lo sanno tutti che le tempere ad olio sono delle bugiarde, invidiose degli oli e sempre pronte a spettegolare!

Eccolo, lo vedo per la prima volta. Sembra ubriaco, ha gli occhi rossi, i capelli disfatti, sembra biascicare qualcosa, non riesco a capire..
Ehi ehi ehi…calma! Non si tratta così una signorina!

Stiamo ballando.

Gira affannandosi per tutta la tela – caspita se è grande! – lancia il pennello e usa un bastone. Spalma il colore dappertutto, furiosamente, nervosamente, sembra invasato.
E io ballo, ballo, ballo, cado sulla tela, mi sposto come in un valzer viennese, uno di Strauss magari, senza sosta, mi sporco con le altre gocce, siamo un’unica cosa ormai. Siamo Arte. Siamo vivi.

Noi, noi colori infatti siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, mica gli uomini, caro William! Siamo noi colori l’anima, lo spirito dell’arte, aneliti inquieti, irrisolvibili, vitali, migliori alleati degli uomini.
E così, come una pioggia estiva purificatrice, cado dall’alto del bastone, del pennello, scendo sul candore della tela e la sporco di nero. Sono io la protagonista della Foresta Incantata, sono la sua prediletta, andate alla malora gialli, arancioni, blu! Che se li tengano i surrealisti!
Oggi il Maestro in un’intervista ha detto: “Preferisco bastoncini, cazzuole, coltelli e lasciar colare il colore oppure un impasto fatto anche con sabbia, frammenti di vetro o altri materiali “ ha parlato di me! Avete sentito? Mi ama!
Il dipinto vive di vita propria. Io cerco di farla uscire. È solo quando mi capita di perdere il contatto con il dipinto che il risultato è confuso e scadente. Altrimenti c’è una pura armonia, un semplice scambio di dare ed avere e il quadro riesce bene

Eccolo, eccolo, arriva! E’ nervoso, ha scagliato una bottiglia di Jack sulla tela. Parla di Jung, Freud, psicoanalisi…non capisco, sembra confuso.

Decide così di iniziare Pali Blu, prepara la tela schizzandola inizialmente con batuffoli di cotone, con pennelli da verniciatore e pezzi di legno, poi arriva la pioggia di colore che si addensa di qua e di là creando un immenso labirinto caotico. I critici vi hanno visto la mostruosa megalopoli americana, dove uomini e grattacieli si concentrano in modo dissennato, fino alle più profonde regioni del nostro inconscio, dove incubi e tabù si aggrovigliano con un’ inestricabile misteriosità. Altri vedono un pentagramma, una sorta di scansione spaziale e temporale.

Cosa vedo io, invece? Io vedo rabbia, io vedo solo angoscia. E’ il grido disperato della ragione sopraffatta dall’irrazionale. È un flusso di coscienza,è come la pioggia che lava quella cavità rocciosa, che chiamano psiche, e trascina a valle i residui più primitivi, più spontanei. “Ogni buono artista dipinge solo ciò che è” mi ripete sempre il Maestro.
E a chi dice “non ha senso”, vorrei rispondere “Cosa ha senso, dimmi”, peccato che non ho parola. O forse sì, Sì che ho parola, ho un potere espressivo straordinario. Sono il nero, sono il carattere dominante, oscuro, nascosto, sono il colore del nulla, della modernità, dello smog.

Il maestro manca da giorni ormai..Non è ancora rientrato.
Chissà dove è andato, alla ricerca di pollastrelle, forse?
Io sono la più bella, mi ama, lo so per certo. Maestro?
E’ venuta tua moglie a ritirare tutto. Ho capito.
Sto seccando.

Le vernici secche si buttano.

Lasciatami evaporare.

 

11 Agosto 1956

 

 

Elena Li Causi

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3 pensieri su “Diario di una goccia di colore

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